30 mar

Commento del Prof. Sergio Rostagno a Giovanni 9,1-41

Forma breve (Gv 9, 1.6-9.13-17.34-38):

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Il tema della luce e delle tenebre, del vedere e non vedere, dell’evidenza e della oscurità, della presunzione – o illusione – dell’aver visto, e della verità e umiltà della visione spirituale, è il grande tema della mistica che inizia con il neoplatonismo e che attraversa poi tutto il Medioevo per essere infine raccolto da Lutero nelle sue prime lezioni universitarie. Non si sa come, diventa anche il motto della Chiesa valdese: lux lucet in tenebris.

È un tema critico. Chi si affida alla propria vista in realtà vede soltanto quello che pensa di vedere. Non esce dalla propria convinzione. Questo gli dà la facoltà di giudicare il prossimo. È infatti nella valutazione dell’altro che si può vedere la propria verità. La convinzione circa la propria ragione la si sottomette ad un’unica prova: il giudizio contro il prossimo, specie se questi si presenta come cieco dalla nascita. Oggi persone che hanno perso ogni diritto o ne sono privati. Una pubblica condanna. Io vedo – lui è cieco. Io ho un’identità completa, lui, lei no. Io giudico, lui, lei, è colpevole; o se non lui, i suoi genitori. Tutto è chiaro.

Tale verità è in realtà cecità. È cecità perché prende l’evidenza come regola senza sottometterla a critica. Non ha infatti altro metro che la propria verità considerata evidente. Questa verità estromette l’altro per definizione. L’altro appare unicamente nella mia luce, nella luce dei miei interessi. Ciò che conta è la nostra verità, e così sia. C’è sempre un terzo che porta la colpa. La colpa è sua, di quello/quella là.

Gesù fa in modo che i campi si invertano. Il cieco diventa un modello. Nella letteratura cristiana il non-vedente vede profeticamente meglio di chi si concentra sull’evidenza presente. Chi non vede riceve nell’oscurità una luce diversa, una luce essenziale. “Il popolo che camminava nelle tenebre…” ecc. Non c’è soltanto l’evidenza epicurea o l’evidenza dell’idealismo stoico (la sinistra e la destra della filosofia antica): c’è un accesso diverso alla luce. Attraverso l’oscurità, dice Giovanni. La cecità (ovvero l’oscurità, la tenebra) diventa una fortuna per accedere a un motivo imprevisto: la libertà della persona. La liberazione dai peccati – se vi sono peccati, come qualcuno dei vedenti “evidentemente” ritiene.

Ritroviamo qui un motivo della pericope di domenica 12 marzo (Gv 3, 1-8; vado da Gesù nella notte; nasco di nuovo). L’amore puro resta confinato in Dio, ma da Dio attraverso Gesù decide le sorti dell’uomo. Si nasce di nuovo. Si vede a occhi chiusi (lo facciamo quando preghiamo). Senza se e senza ma. È una visione diversa, essenziale, unica. Ci vuole un impasto di terra e di saliva di Gesù. Non un colpo di genio. Non è oggetto di studio, di sforzo.

Giovanni ci abbandona a questo punto. È arrivato per così dire al suo scopo. Non noi. Noi chiediamo: e dopo? Che cosa succede dopo? Chi ha ancora il coraggio di agire dopo che riceve una luce spirituale che viene da un altro mondo? Essa suscita soltanto la contemplazione pura come quella di certi monaci ortodossi. O la contemplazione della luce interiore, come quella della Società degli amici (vulgo Quaccheri). Beati loro.

L’uomo occidentale invece chiede: dove trovo io la prova che ho ricevuto questa visione miracolosa? C’è forse un dualismo: una visione prosaica della realtà e una visione idealistica? Se così fosse ricadremmo con rassegnazione nella visione prosaica perché ci sembra più concreta. L’idealismo è un lusso che non ci possiamo permettere.

L’uomo occidentale non crede alla beatitudine. In alternativa mescola le proprie opere con la visione soprannaturale. Invece di soffermarsi a contemplare vuole cooperare con la salvezza; vuole dimostrare a se stesso quanto è bravo. Ha l’orgoglio di servire una verità.

La lettura di questo testo ci avvicina di più alla soluzione dei benedettini, o dei puritani: il lavoro è la conseguenza, non la premessa della salvezza. Il cristianesimo richiamato brutalmente alla luce della sua essenza fuori della storia. Seguire Gesù non è servire una verità, ma servire la libertà. (Verità e libertà coincidono per Giovanni). Non è chiaro che cosa dobbiamo fare: mettiamolo dunque all’ordine del giorno. Ciascuno è libero di chiedere la parola: gli sarà concesso di parlare. Insieme troveremo la via d’uscita. La troveremo nella libertà. Il futuro è qui subito. Lavoriamo, non aspettiamo di avere la soluzione perfetta. Così funziona l’Occidente – quando funziona. Questa è la via nuova.

Quando “funziona”? Quando non si dimentica l’umiltà della luce che splende nelle tenebre. I Quaccheri già nominati sono stati e sono tra i cristiani più attivi nell’Occidente. Coltivare una luce interiore al riparo da influenze esterne e vedere nel prossimo non il colpevole da smascherare, ma l’amico da rispettare e aiutare, sembrano essere due aspetti da tenere ugualmente presenti “distintamente e congiuntamente ciascuno a suo tempo e luogo” (Lutero).

24 mar

Fino a che punto ci deve condizionare l’amore del prossimo?

Como, 26 marzo 2017
ore 11.30
Chiesa Valdese (v. Rusconi 21)

“Fino a che punto ci deve condizionare l’amore del prossimo?”
Liberta’ e responsabilità cristiana a 500 anni dalla Riforma

Prof. Sergio Rostagno, docente emerito di Teologia sistematica presso la Facoltà Valdese

Il tema del rapporto tra conoscenza e azione ha visto nei secoli profonde fratture culturali e politiche. Neppure oggi la problematica si può dire conclusa. Il comandamento di Dio fin dall’ebraico è a misura dell’uomo, che nella traduzione latina diventa un significativo iuxta te. Ma come si passa dal soggetto all’azione? La fondazione metamorale del soggetto consente di approfondire l’idea centrale in cui etica e non etica, ovvero etica e fede, sono prima fortemente distinte e poi cautamente riavvicinate. In compagnia di Barth si studiano tre temi connessi con la dialettica tra fede e prassi: quelli di “realizzazione”, di “decisione” e di “conoscenza cristiana”.

15 mar

Marzo 2017: costruire la pace

Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione. Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio.

(2 Corinzi 5, 19-20)

“Pace a voi!” Questo è il triplice saluto (“shalom” / “salaam”) del Risorto ai discepoli nell’Evangelo secondo Giovanni (Giov. 20, 19,21,26). Vale a dire: Gesù  sa di che cosa hanno bisogno coloro che lui sta per lasciare nel mondo: “Vi ho detto tutto questo perché troviate in me la pace. Nel mondo avrete dolori; coraggio, però! Io ho vinto il mondo” (Giov. 16,33).

La pace di cui parla il Vangelo di Giovanni non si riferisce né alla pace del mondo, né alla quiete individuale del cuore.

Ed è questa la sconcertante costante in tutto il Nuovo Testamento: la pace che abbiamo “in Cristo” non significa in primo luogo di essere in pace con noi stessi. Avere pace in Cristo vuol dire trovare un rinnovato equilibrio nel nostro rapporto con Dio. La pace è dunque non da costruire con opere nostre giuste, ma un frutto della fede, della fiducia in Dio.

Amelia Boynton Robinson (1911-2015), nota collaboratrice di Martin Luther King nella lotta per i diritti civili, diceva: “La fede è il soffio vitale di Dio nelle sue creature. E per fede che si muove il mondo. La fede ci insegna la dipendenza reciproca, la fiducia. Un bambino dipende da sua madre, si fida di lei, sa che lo proteggerà, lo nutrirà e non lo abbandonerà. Questo sentimento innato di fiducia, ha a che fare con la fede, la sola capace di farci uscire dalle nostre paure.”

La fede è l’antidoto alla paura, e chi non ha paura, non deve costruire né muri, né procurarsi armi per attaccare. Costruire la pace vuol dire, quindi, cercare di far crescere la fiducia figliale in Dio e di riscoprire in Cristo il dono della relazionalità. Le chiese cristiane possono fare molto in questo senso, se credono davvero in Colui che “dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia” (Efesini 2,14).

Past. Andreas Köhn

12 feb

Film: Fedeli nei secoli

valdesi film muto

19 febbraio, Chiesa Valdese,

v. Rusconi 21, COMO, ore 12.00

FEDELI NEI SECOLI

Presentazione del film storico muto sui Valdesi del 1924 (versione restaurata) con Gabriella Ballesio, responsabile dell’Archivio storico della Tavola Valdese a Torre Pellice