03 lug

La consolazione di Dio

Come un uomo consolato da sua madre così io consolerò voi, e sarete consolati in Gerusalemme.
(Isaia 66, 13)

Un’immagine particolare ci viene presentata in questo versetto dell’anno 2016. Dio parla di sé stesso facendoci pensare a qualcuno che, consolato a sua volta da sua madre, consola altri:

in questo caso Dio vuole consolare il suo popolo, ovvero ciò che era rimasto del suo popolo dopo il lungo tempo in esilio in Babilonia. II lungo tempo dell’attesa per la piccola comunità era finita. Era il tempo della liberazione, era la fine di una vita vissuta nel ghetto. Qualcuno tra gli esuli liberati pensava forse già alla ricostruzione del Tempio a Gerusalemme. La forza per ripartire ancora una volta, all’epoca veniva dalla parola di Dio trasmessa per la bocca del profeta. Questa parola profetica, a differenza del messaggio tradizionale dei profeti nel passato, non era un lamento oppure un giudizio contro il popolo. La parola profetica era nuova e diversa, un invito alla gioia:

“Gioite con Gerusalemme
ed esultate a motivo di lei,
voi tutti che l’amate!
Rallegratevi grandemente con lei,
voi tutti che siete in lutto per essa,
affinché siate allattati e saziati

al seno delle sue consolazioni;
affinché beviate a lunghi sorsi e con delizia
l’abbondanza della sua gloria”.
Poiché così parla il SIGNORE:
“Ecco, io dirigerò la pace verso di lei come un fiume,
la ricchezza delle nazioni come un torrente che straripa, e voi sarete allattati,
sarete portati in braccio,
accarezzati sulle ginocchia.”

Nel primo decennio del ‘500, prima ancora di iniziare a pensare a tutto ciò che poi sarebbe stato chiamato la Riforma protestante, Martin Lutero riscoprì tra le tante parole della Bibbia

una parola chiave che gli aprì gli occhi per una visione completamente nuova su Dio. Era la parola “GRAZIA”. Per la libera grazia di Dio siamo quello che siamo, non per quello che sappiamo fare o non sappiamo fare. Noi contiamo qualcosa per Dio non per le opere piccole o grandi nostre, ma semplicemente perché egli ci ama e ci perdona come un padre, come una madre che ci porta in braccio, sollevandoci dopo le nostre cadute. Come diceva K. Barth: “Egli [Dio] non vuol essere senza l’uomo bensì con lui, e, nella stessa libertà, non contro di lui bensì per lui.”

03 giu

Cantare è un atto liberatorio

Versetto del mese:

IL SIGNORE è la mia forza e l’oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza. Questi è il mio Dio, io lo glorificherò, è il Dio di mio padre, io lo esalterò. (Esodo 15,2)
Con festoso risuonar / e con agile danzar / s’alza verso il gran Signor / grande lode e sommo onor, / verso il nome suo potente. (Innario Cristiano n. 30, Ginevra 1562)

Cantare è un atto liberatorio. Chi vuole cantare deve mettersi in movimento.
Chi canta si alza in piedi, si apre, supera il proprio limite. Per poter cantare
bisogna saper lasciarsi andare. Chi canta non prova più paura o vergogna nel
rivolgersi ad altri mostrando se stesso senza riserve. Quando cantiamo
raccontiamo qualcosa di noi stessi. Chi canta si ricorda del passato e si
rassicura per quanto riguarda il futuro. Cantando ci si commuove e si prega.
Nella Bibbia, la musica e il canto accompagnano non per caso proprio l’inizio
e la fine della storia della liberazione. L’antico inno che Mosè e gli Israeliti
intonarono esultanti dopo l’esperienza della sconfitta dell’esercito del Faraone
è lo stesso inno che sarà ancora cantato da parte dei redenti che hanno
“ottenuto vittoria sulla bestia e sulla sua immagine” (Apocalisse 15,2). E il
racconto biblico ci ricorda le donne che diedero, anche teologicamente
parlando, la giusta intonazione e il giusto ritmo al canto di liberazione del
popolo di Dio – come Mirjam o Debora. Ma quale è, in realtà, la motivazione
per il nostro canto? Sappiamo chiederci fino a che punto ci lasciamo
realmente coinvolgere dal canto di liberazione? Siamo convinti di essere dalla
parte di coloro per i quali Dio ha già vinto la battaglia? Con l’arrivo di fratelli e
sorelle provenienti dal sud del mondo, anche nelle nostre chiese riformate
entra una vasta e nuova gamma di voci e musiche, di ritmi e danze. Ma non ci è chiesto soltanto di essere incuriositi e coinvolti da suggestivi e nuovi
stimoli di natura culturale. E’ in gioco, nuovamente, anche la nostra identità
teologica. Alle nostre chiese potrebbe essere infatti indirizzata, tuttora,
l’osservazione con cui Gesù rimproverò i suoi contemporanei (Matteo 11, 17):
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato!” A.K .

(meditazione pubblicata sul numero 6/2008 di VOCE EVANGELICA, p. 39)

28 mag

I segni che ci accompagneranno

Sermone tenuto il 22 maggio 2016 dal pastore emerito Ennio Del Priore

Questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel nome mio cacceranno i demoni; parleranno in lingue nuove; prenderanno in mano dei serpenti; e, se pur bevessero alcunché di mortifero, non ne avranno alcun male; imporranno le mani agli infermi ed essi guariranno.

(MARCO 16/17-18)

Cari fratelli e sorelle nel Signore

Avete udito bene: quello che avete appena ascoltato sono, nella “chiusa” dell’Evangelo di Marco, i segni che accompagneranno i credenti. Segni che non siamo mai riusciti a prendere in seria considerazione, anche se qui appaiono essere segni costitutivi della fede.

Con ogni probabilità non li abbiamo mai presi in considerazione anche perché non riusciamo a capirli. Anzi, a dire il vero, non soltanto non riusciamo a capirli, ma non riusciamo neanche a ricordare che l’Evangelo di Marco ne parli. Non sappiamo che possano esserci richiesti perché o non li abbiamo mai letti, o li abbiamo letti di sfuggita, o non ci sono mai stati ricordati dai pastori ed altri predicatori.

La cosa è comprensibile se si tiene conto del fatto che questo finale dell’Evangelo non appartiene al Marco primitivo, che manca nei più antichi manoscritti, quali il Codice Sinaitico e il Codice Vaticano. Ma, anche se tardivo, ha trovato comunque spazio e accettazione al momento della definizione del Canone del N.T.

Oltretutto ci sembra che l’ ignoranza di questo testo non costituisca un grave handicap per la nostra fede. Perché dovremmo, per rendere “visibile” la nostra fede, parlare lingue nuove, prendere in mano serpenti e bere veleni? Non ci sembrano segni convincenti. Ma anche cacciare i demoni e imporre le mani per guarire ci appaiono segni eccessivi, segni che non appartengono né alla nostra cultura né alla nostra sensibilità. Segni che non ci riguardano, che ci sono estranei, a cui è preferibile non pensare più.

Io invece, dopo averci pensato un po’, invito anche voi a pensarci, nel chiuso della vostra cameretta, in meditazione personale. A me è parso, pensandoci, che questi versetti avessero qualcosa da dirmi e da dirci, che mettessero in discussione, se non la mia fede, alcuni aspetti importanti della mia vita, della nostra vita, di persone singole e di persone aventi parte alla vita di una comunità di credenti. Sembra proprio che queste indicazioni, lontane nel tempo, abbiano tutte qualcosa da dirci. Cerchiamo di vederle, una per una, più da vicino.

Questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto”.

Nel mio nome cacceranno i demoni

Che Gesù abbia attribuito grande importanza a questo segno è noto a tutti. Se nella antichità, ed anche in Israele, si riteneva che il mondo fosse pieno di spiriti a grande maggioranza maligni, motivo di segreti terrori, nel N.T. sono invece nominati per indicare mali di fronte ai quali gli uomini, ed anche i medici, sono spesso impotenti. La potenza di Gesù, in una dozzina di episodi, si manifesta appunto nel fatto che egli caccia i demoni ed anche i suoi discepoli, da lui inviati, ricevono da lui la medesima potenza, ed abbiamo letto un testo al riguardo.

Questi spiriti maligni o demoni vivono e sono numerosissimi intorno a noi ed in noi. Scindono la nostra vita in mille ruoli e in mille accomodamenti. Prendono possesso dei nostri corpi e del nostro spirito; spesso rendono la nostra vita divisa e smarrita. Diventiamo schizofrenici. Non sappiamo più che fare e dove andare, facciamo una cosa e poi quest’altra a casaccio, senza avere neppure chiaro cosa fare con noi stessi. Vorremmo cacciare questi demoni e non ci riusciamo.

Tutte le cose del mondo, ben lo sappiamo, hanno logiche a cui ci è chiesto di obbedire: il potere ha le sue leggi e, di volta in volta, ci costringe a tessere intrighi o a non rivelarli, a dissimulare, a fare tutto ciò che serve al mantenimento del potere contro il nostro equilibrio mentale; l’economia ha le sue leggi e ci obbliga a mirare al profitto, ad investire, a far concorrenza, a non andar troppo per il sottile, a tacere sulle ingiustizie o a subirle; lo Stato ha le sue leggi, tutta la vita ha le sue leggi, e noi, a forza di destreggiarci, alla fine ci ritroviamo come distrutti, esposti a leggi estranee, a volte veri e propri spiriti maligni, veri e propri demoni, che ci decompongono.

Eppure il testo dice che, malgrado questi demoni dentro di noi, siamo mandati a cacciare i demoni intorno a noi. Questo significa che Gesù sa che la lotta contro gli spiriti maligni, cioè contro l’alienazione della vita, può essere condotta e vinta, perché a noi e a chi vive vicino a noi viene con forza offerta la possibilità di decidere tra ciò che è essenziale e ciò che non lo è, e possiamo insieme affrontare gli spiriti maligni che vogliono farci vivere nella paura e che ci rendono schizofrenici. Possiamo finalmente, con Gesù, di nuovo usare la nostra ragione e diventare liberi da condizionamenti distruttivi.

La seconda cosa che viene richiesta a coloro che avranno creduto è di:

Parlare nuove lingue

Il testo non dice che dobbiamo parlare altre lingue, quasi che non sia sufficiente parlare, qui da noi, in lingua italiana, o che dobbiamo parlare come dicono alcuni, lingue incomprensibili, ma dice molto più semplicemente che, anche se parliamo più lingue tutte intellegibili, non siamo chiamati a parlare lingue “altre” ma a parlare lingue “nuove”. Spesso avviene che ognuno parla senza veramente aprirsi alla comprensione dell’altro o senza prendere in seria considerazione l’altro. Spesso avviene che per paura del giudizio degli altri recitiamo lunghi monologhi, fingiamo di dialogare ma non dialoghiamo veramente, riusciamo a parlare solo la nostra lingua, incapaci di parlare anche la lingua di chi ci sta di fronte, ci accontentiamo di saluti frettolosi, educati, certamente, ma freddini, di persone che anche nei momenti di incontri collettivi, riescono a salvaguardare la propria solitudine di fondo. Spesso alla fine ci accorgiamo che nell’incontro con l’altro siamo riusciti a parlare solo la nostra lingua, non ci siamo messi in vera relazione, né in discussione. Spesso ci accorgiamo alla fine che non siamo stati capaci di ascoltare cosa ha voluto dirci l’altro, cosa ha voluto comunicarci. Riusciamo a parlare solo la nostra vecchia lingua, incapaci di parlare una lingua nuova. Il testo dice che questo, il parlare una lingua nuova, che è il cuore del nostro rapporto con gli altri, è un segno distintivo di quanti avranno creduto.

Se questo è un segno che abbiamo sperimentato e che, se non altro, comprendiamo in tutta la sua portata umana e fraterna, di difficile comprensione ci appare, a prima vista, il terzo segno che accompagnerà i credenti:

prenderanno in mano dei serpenti

A questo punto mi sono chiesto perché predicare su questo testo, che nessuno mi ha chiesto, neppure “Un giorno una parola”, anche perché sono personalmente incapace di prendere in mano serpenti. Poi, per capirne il senso, mi è venuto in aiuto l’indicazione di un racconto, relativo a Mosè, riportato nel libro dell’Esodo al IV capitolo. Il momento è particolare. Mosè ha ricevuto l’ordine di guidare il suo popolo, ha già in mano il bastone del comando, ma sa che convincere il popolo ad uscire dall’Egitto sarà un compito difficilissimo, perché la gente non gli crederà, non vorrà seguirlo, ed anche Mosè si irrigidisce e, convinto che Dio sia d’accordo, getta il bastone per terra, nella speranza di non doverlo riprendere, nella speranza che resti per sempre inanimato, ma la cosa non è più possibile e, con immagini proprie dei portenti dei maghi egiziani, in un momento così decisivo, occorre che lui prenda questo serpente-bastone in mano. Dio lo chiama ad un compito, ad una responsabilità, a cui non può sottrarsi. Anche noi, molte volte, nei momenti decisivi della vita, non procrastinabili, siamo chiamati, come Mosè, a prendere il serpente in mano, ad affrontare la situazione. Più che prendere serpenti in mano, noi preferiamo dire che, a volte, in certe situazioni, occorre prendere il toro per le corna o, in maniera più gentile e poetica, diciamo che arriva il momento in cui occorre togliere le castagne dal fuoco. Prendere in mano i serpenti è segno di coloro che avranno creduto, dice il testo. Coloro che avranno creduto non si sottrarranno a questo compito, per quanto a volte possa essere penoso o pericoloso. Ci sono problemi che, se non affrontati, col tempo si aggravano, si ingigantiscono, di fronte ai quali non è possibile gettare i bastoni per terra e guardare da un’altra parte. Siamo costretti ad affrontarli. Inoltre, dice il testo, che chi è pervenuto alla fede

può bere veleni mortali senza danno.

Questo fra tutti i segni che sono richiesti ai credenti ci sembra decisamente un segno un po’ strano, a cui cerchiamo giustamente di sottrarci. Di sicuro cerchiamo di sfuggire a smog, polvere sottili, esalazioni maleodoranti, tutti veleni alla lunga mortali, come precisa il testo, che è bene il più possibile non ingurgitare. Ma questi sono solo una piccola parte dei veleni che esistono in noi ed intorno a noi. Ci sono cucine che preparano veleni in tutte le salse: la salsa del pettegolezzo, della maldicenza, della calunnia, della menzogna, tutte sostanze malevoli e mortifere che anche se non riescono ad annientarci, accumulano dentro di noi grandi scorte di veleno, che ci rendono a volte, a nostra volta, velenosi. Non diventare a nostra volta velenosi è un segno che abbiamo bevuto veleni senza danno. Può esserci d’aiuto in questo l’esortazione della Lettera di Giacomo, al cap. 3 che ci ricorda che: “la lingua è piena di veleno mortale” ed anche che: “Se uno non sbaglia nel parlare è una persona perfetta, capace di tenere a freno anche tutto il corpo”. Ognuno è chiamato a vigilare sul proprio veleno ma anche a non considerare velenoso ciò che velenoso non è. Ad esempio, il magistero della chiesa di Roma ha per lungo tempo proibito (e in parte continua a proibire) la lettura di molti libri e di molti autori nel campo dell’arte, della filosofia, della letteratura, considerandoli veleni da evitare (come ad esempio: Cartesio, Rousseau, Voltaire, Spinoza, Pascal, e più di recente Sartre, Simon de Beauvoir, Gide e molti altri – Vi basta controllare su Wikipedia). Coloro che avranno creduto possono liberamente berli senza alcun danno.

Il quinto ed ultimo segno richiesto ai credenti in questo testo è la capacità di:

imporre le mani ai malati per guarirli

E’ un segno presente nel ministero di Gesù che, da tempo, sembra non far più parte della spiritualità cristiana in generale, e nostra in particolare. Eppure è il segno più bello che possa essere richiesto ai credenti in Gesù Cristo, se ben inteso, anche nel tempo presente. Noi imponiamo le mani per conferire un incarico di insegnamento e di predicazione a fratelli e sorelle che svolgono questi compiti secondo i doni che hanno ricevuto dal Signore, e qualche volta succede, in positivo, che la stessa cosa avviene, in grandi chiese, nei confronti di coloro che svolgono cura d’anime con una preparazione specifica, attraverso quella che chiamiamo “pastoral klinic”, e tuttavia, al tempo stesso, sappiamo che, come per l’insegnamento e la predicazione, anche per la cura dei malati, non c’è mai una esclusiva riservata a specialisti, ma questo compito, di stendere le nostre mani sui malati per guarirli, è un compito, come quelli, di ognuno e di tutti, è il segno di tutti coloro che avranno creduto, non solo di alcuni. Coloro che hanno trasmesso questo testo, a differenza di noi, non avevano e quindi non pensavano ad ospedali, a badanti, a case di cura, ad istituti per bambini o per anziani, ed oggi, pur essendoci tutto questo, quando c’è, non per questo l’affermazione attenua la responsabilità che ci è affidata di stendere personalmente le nostre mani su coloro che hanno necessità di essere soccorsi. Stendere le nostre mani su chi soffre significa, usando espressioni bibliche: dare da mangiare a chi ha fame, da bere a chi ha sete, rivestire chi è ignudo, visitare chi è malato o chi è perseguitato, significa accogliere lo straniero, non dimenticarsi mai dell’orfano e della vedova. Significa stendere mani su tutti costoro e comunicare loro che sono accettate con tutta la loro esistenza, senza riserve. Le malattie che affliggono l’umanità, qui e altrove, sono tante, fisiche e psichiche. All’ombra di mani che si stendono con amicizia, è possibile veder rifiorire un sorriso. Questo segno, richiesto a coloro che hanno creduto, è la capacità più meravigliosa della fede.

Allora, dice il testo, essi partirono e predicarono la buona notizia, operando il Signore con essi e confermando la parola con i segni che l’accompagnavano. Questo è il più bel versetto che unisce indissolubilmente predicazione e diaconia.

Amen

09 mag

Il nostro essere chiesa

Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito  Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. (1 Corinzi 6, 19)

 

1906 – 2006 – 2016. Sono tre date, tutte e tre legate al mese di maggio, che si iscrivono  letteralmente nella storia e nella memoria del nostro Tempio e della nostra comunità.

Nel maggio dell’ormai lontano 1906 avvenne la dedicazione del Tempio valdese di via  Rusconi, opera che “concluse” per così dire una dura lotta iniziata nella seconda metà del  Ottocento con l’arrivo dei primi pastori valdesi nella città di Como. Nel mese di maggio del 2006 abbiamo celebrato il primo centenario di questo nostro tempio. Quest’anno, ancora  una volta nel mese di maggio, inizieranno finalmente i lavori di restauro della Sala valdese e del Tempio che si “concluderanno” a Dio piacendo nel corso del 2016. Tutte e tre queste date memorabili sono legate al mese che liturgicamente parlando è di solito il mese dello Spirito e della festa di Pentecoste. La festa di Pentecoste è la data della “nascita” o della rinascita della speranza della chiesa, mese in cui ricordiamo la prima uscita della comunità che crede davvero, malgrado tutte le difficoltà e ostilità oggettive del mondo, nella Resurrezione di Gesù Cristo, Signore della Chiesa. In questo mese di maggio 2016 il versetto previsto dal nostro lezionario ci propone una riflessione proprio sul nostro essere chiesa. Sappiamo che al di là dei nostri luoghi di culto il vero avvenimento dello Spirito ci riguarda in prima persona, ovvero il nostro corpo? Sappiamo che non  apparteniamo a noi stessi, ma a qualcun altro? Come ci comportiamo come membri di questa nostra chiesa? Ci siamo? Partecipiamo personalmente, fisicamente, materialmente alla vita della “nostra” chiesa? Il vero tempio, ce lo ricorda proprio il versetto di questo mese, è il nostro “essere chiesa”, è il nostro esserci, è la nostra presenza, la nostra partecipazione in prima persona alle diverse attività. Non esiste una chiesa fatta da singoli individui. Come credenti in Gesù Cristo non esistiamo solo ciascuno a modo suo nella propria casa, oppure nella propria cultura, oppure rimanendo legati alle proprie convinzioni, ma solo nella piena consapevolezza che il “nostro” corpo, nella visione
riformata e rinnovata (e quindi non solo restaurata o conservata) della fede, in realtà non è NOSTRO, ma anche nel suo insieme come chiesa parte di qualcosa più grande di noi.

Lo Spirito di Dio ci chiama quindi alla comunione con qualcuno allo stesso tempo così diverso da noi, ma anche così uguale a noi , con l’altro in assoluto, ovvero Dio, e poi con quell’altro che è il nostro fratello, la nostra sorella nella fede, e lo stesso Spirito ci chiama a vivere la “nostra” vita in condivisione del “proprio” tempo, delle “proprie” risorse, per creare (o per ricreare sempre di nuovo, ma non totalmente ex nuovo ) qualcosa che è la nostra vera chiesa, il nostro vero Tempio – al di là di quello che pensiamo o riteniamo di conoscere già. (AK)