04 Lug

La guerriera dagli occhi verdi

Incontro in ricordo di Enzo Arighi, amico e simpatizzante della nostra Chiesa.

Sarà presentato il romanzo di Marco rovelli La guerriera dagli occhi verdi e messo in scena uno spettacolo tratto dal romanzo.

15 Mag

Aprire una “porta per la parola”

Perseverate nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie. Pregate nello stesso tempo anche per noi, affinché Dio ci apra una porta per la parola, perché possiamo annunciare il mistero di Cristo, a motivo del quale mi trovo prigioniero, e che io lo faccia conoscere, parlandone come devo. Comportatevi con saggezza verso quelli di fuori, ricuperando il tempo. Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come dovete rispondere a ciascuno. (Colossesi 4, 2-6)

Il versetto del mese di maggio (Colossesi 4,6) parla della comunicazione dell’Evangelo “verso quelli di fuori”. Il tema dell’evangelizzazione ci tocca non soltanto in questo mese particolare. Si tratta di un compito che abbiamo sempre davanti a noi. Ma come si evangelizza oggi? Da dove si deve iniziare? Come si apre una “porta per la parola”? Le nostre chiese devono essere, potremmo infatti dire, come dei veri e propri portali della Parola, luoghi speciali dove ci si apre alla comunicazione. Essere una chiesa aperta al dialogo con gli altri, essere incuriositi dalla cultura degli altri: ecco quello che dovremmo essere (o ridiventare sempre) ogni giorno. Per iniziare quest’opera nuova e antica di “evangelizzazione”, ovvero il lavoro di comunicazione del Vangelo di Gesù Cristo, ci deve essere anzitutto dialogo al nostro interno, tramite le buone pratiche della preghiera e della comunicazione efficace. Per questo il versetto del mese ci esorta forse non per un puro caso anzitutto in quanto siamo credenti in quella “Parola per eccellenza”, cioè in Cristo Gesù Parola di Dio fattasi realtà concreta, oggi così come duemila anni fa: “Il vostro parlare sia sempre con grazia!”
Past. Andreas Koehn

30 Mar

Commento del Prof. Sergio Rostagno a Giovanni 9,1-41

Forma breve (Gv 9, 1.6-9.13-17.34-38):

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Il tema della luce e delle tenebre, del vedere e non vedere, dell’evidenza e della oscurità, della presunzione – o illusione – dell’aver visto, e della verità e umiltà della visione spirituale, è il grande tema della mistica che inizia con il neoplatonismo e che attraversa poi tutto il Medioevo per essere infine raccolto da Lutero nelle sue prime lezioni universitarie. Non si sa come, diventa anche il motto della Chiesa valdese: lux lucet in tenebris.

È un tema critico. Chi si affida alla propria vista in realtà vede soltanto quello che pensa di vedere. Non esce dalla propria convinzione. Questo gli dà la facoltà di giudicare il prossimo. È infatti nella valutazione dell’altro che si può vedere la propria verità. La convinzione circa la propria ragione la si sottomette ad un’unica prova: il giudizio contro il prossimo, specie se questi si presenta come cieco dalla nascita. Oggi persone che hanno perso ogni diritto o ne sono privati. Una pubblica condanna. Io vedo – lui è cieco. Io ho un’identità completa, lui, lei no. Io giudico, lui, lei, è colpevole; o se non lui, i suoi genitori. Tutto è chiaro.

Tale verità è in realtà cecità. È cecità perché prende l’evidenza come regola senza sottometterla a critica. Non ha infatti altro metro che la propria verità considerata evidente. Questa verità estromette l’altro per definizione. L’altro appare unicamente nella mia luce, nella luce dei miei interessi. Ciò che conta è la nostra verità, e così sia. C’è sempre un terzo che porta la colpa. La colpa è sua, di quello/quella là.

Gesù fa in modo che i campi si invertano. Il cieco diventa un modello. Nella letteratura cristiana il non-vedente vede profeticamente meglio di chi si concentra sull’evidenza presente. Chi non vede riceve nell’oscurità una luce diversa, una luce essenziale. “Il popolo che camminava nelle tenebre…” ecc. Non c’è soltanto l’evidenza epicurea o l’evidenza dell’idealismo stoico (la sinistra e la destra della filosofia antica): c’è un accesso diverso alla luce. Attraverso l’oscurità, dice Giovanni. La cecità (ovvero l’oscurità, la tenebra) diventa una fortuna per accedere a un motivo imprevisto: la libertà della persona. La liberazione dai peccati – se vi sono peccati, come qualcuno dei vedenti “evidentemente” ritiene.

Ritroviamo qui un motivo della pericope di domenica 12 marzo (Gv 3, 1-8; vado da Gesù nella notte; nasco di nuovo). L’amore puro resta confinato in Dio, ma da Dio attraverso Gesù decide le sorti dell’uomo. Si nasce di nuovo. Si vede a occhi chiusi (lo facciamo quando preghiamo). Senza se e senza ma. È una visione diversa, essenziale, unica. Ci vuole un impasto di terra e di saliva di Gesù. Non un colpo di genio. Non è oggetto di studio, di sforzo.

Giovanni ci abbandona a questo punto. È arrivato per così dire al suo scopo. Non noi. Noi chiediamo: e dopo? Che cosa succede dopo? Chi ha ancora il coraggio di agire dopo che riceve una luce spirituale che viene da un altro mondo? Essa suscita soltanto la contemplazione pura come quella di certi monaci ortodossi. O la contemplazione della luce interiore, come quella della Società degli amici (vulgo Quaccheri). Beati loro.

L’uomo occidentale invece chiede: dove trovo io la prova che ho ricevuto questa visione miracolosa? C’è forse un dualismo: una visione prosaica della realtà e una visione idealistica? Se così fosse ricadremmo con rassegnazione nella visione prosaica perché ci sembra più concreta. L’idealismo è un lusso che non ci possiamo permettere.

L’uomo occidentale non crede alla beatitudine. In alternativa mescola le proprie opere con la visione soprannaturale. Invece di soffermarsi a contemplare vuole cooperare con la salvezza; vuole dimostrare a se stesso quanto è bravo. Ha l’orgoglio di servire una verità.

La lettura di questo testo ci avvicina di più alla soluzione dei benedettini, o dei puritani: il lavoro è la conseguenza, non la premessa della salvezza. Il cristianesimo richiamato brutalmente alla luce della sua essenza fuori della storia. Seguire Gesù non è servire una verità, ma servire la libertà. (Verità e libertà coincidono per Giovanni). Non è chiaro che cosa dobbiamo fare: mettiamolo dunque all’ordine del giorno. Ciascuno è libero di chiedere la parola: gli sarà concesso di parlare. Insieme troveremo la via d’uscita. La troveremo nella libertà. Il futuro è qui subito. Lavoriamo, non aspettiamo di avere la soluzione perfetta. Così funziona l’Occidente – quando funziona. Questa è la via nuova.

Quando “funziona”? Quando non si dimentica l’umiltà della luce che splende nelle tenebre. I Quaccheri già nominati sono stati e sono tra i cristiani più attivi nell’Occidente. Coltivare una luce interiore al riparo da influenze esterne e vedere nel prossimo non il colpevole da smascherare, ma l’amico da rispettare e aiutare, sembrano essere due aspetti da tenere ugualmente presenti “distintamente e congiuntamente ciascuno a suo tempo e luogo” (Lutero).

24 Mar

Fino a che punto ci deve condizionare l’amore del prossimo?

Como, 26 marzo 2017
ore 11.30
Chiesa Valdese (v. Rusconi 21)

“Fino a che punto ci deve condizionare l’amore del prossimo?”
Liberta’ e responsabilità cristiana a 500 anni dalla Riforma

Prof. Sergio Rostagno, docente emerito di Teologia sistematica presso la Facoltà Valdese

Il tema del rapporto tra conoscenza e azione ha visto nei secoli profonde fratture culturali e politiche. Neppure oggi la problematica si può dire conclusa. Il comandamento di Dio fin dall’ebraico è a misura dell’uomo, che nella traduzione latina diventa un significativo iuxta te. Ma come si passa dal soggetto all’azione? La fondazione metamorale del soggetto consente di approfondire l’idea centrale in cui etica e non etica, ovvero etica e fede, sono prima fortemente distinte e poi cautamente riavvicinate. In compagnia di Barth si studiano tre temi connessi con la dialettica tra fede e prassi: quelli di “realizzazione”, di “decisione” e di “conoscenza cristiana”.