08 Mag

la fede è certezza di cose che si sperano…

«Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.»
(Ebrei 11,1)

 

Nella lettera agli Ebrei troviamo un’immagine particolare per parlare di Gesù: l’immagine del sommo sacerdote. Sembra un’immagine di un passato remoto. Le chiese della riforma hanno abolito i sacerdoti e introdotto il sacerdozio universale. Gesù, come sappiamo, ha sempre rifiutato il desiderio del potere dei suoi discepoli, ovvero il desiderio di occupare posti particolari nella sua chiesa (Marco 10, 35-45). Gesù, nella lettera agli Ebrei, appare come il sommo e unico sacerdote di Dio, perché, come dice la lettera, egli ha percorso i cieli. Gesù ha la vera conoscenza del Padre, che è nei cieli (come diciamo nel Padre Nostro). La posizione particolare di Gesù è dovuta anzitutto alla sua obbedienza alla volontà del Padre fino alla morte di croce. L’immagine di Gesù che siede alla destra di Dio (un’immagine che appare nel Credo) è l’immagine fissa della lettera che invita a correre “con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio” (Ebrei 12,3). La lettera agli Ebrei ci esorta: partecipate alla gara, state fermi nella fede! Quello che caratterizza coloro che credono è la loro fede, la fede che hanno in Cristo come unico punto fermo di riferimento. Quando vediamo, nella fede, Gesù come unico nostro punto di riferimento, sparisce anche il desiderio di dover fare ruotare attorno a noi stessi tutta la chiesa. Ascoltare la parola di Gesù è il centro del culto. E per ascoltare la sua parola ci vogliono spazi e tempi particolari, ci vogliono persone disposte all’ascolto, persone disposte a parlare, affinché la parola di Gesù possa ancora essere una parola annunciata, meditata, condivisa e diffusa.

(A. Köhn)

01 Apr

Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato…

Versetto biblico del mese

Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi» (Giovanni 20,21)

Così parla Gesù, alla fine del penultimo capitolo del Vangelo secondo Giovanni, alla stretta cerchia dei suoi discepoli che gli sono rimasti fedeli.
Sono davvero rimasti fedeli?
Giuda l’ha tradito, Pietro l’ha rinnegato, gli altri – tranne uno solo: Giovanni, il discepolo amato – l’hanno abbandonato, sono scappati, spariti nel nulla.
Tommaso, ancora dopo Pasqua, non ci crede e chiede di poter avere delle prove materiali. L’annuncio di speranza da parte delle donne discepole incontra solo scetticismo.
Ora, quel che resta del loro gruppo, si trova rinchiuso in una casa privata come in una tomba. Hanno paura. La loro storia è giunta alla fine.
In questo momento estremo è proprio il Maestro che di nuovo incontra i suoi discepoli. Gesù entra nel luogo dove si sono nascosti e affida loro la sua stessa missione: vi lascio questo ultimo mandato – andate nel mondo, come sono stato mandato e andato anch’io nel mondo. Gesù chiede ai suoi discepoli di assumersi la stessa responsabilità del divino mandato da lui ormai compiuto. La logica, la conseguenza di fede di questo mandato è spiegata già altrove nel vangelo di Giovanni: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3,16).
Dio ha così tanto amato questo mondo che ha mandato suo figlio proprio in questo mondo. La comunità cristiana non è concepita dal suo Signore e Maestro come un circolo settario e chiuso di pochi eletti, ma come una realtà di fede che rimane aperta al mondo.

Essere oggi una chiesa cristiana vuol dire rimanere aperti a questo mondo, non chiudersi in sé stessi per paura o per pigrizia. La chiesa non è un luogo chiuso, una realtà posta fuori dal mondo. La parola Ecumene (dal greco οἰκουμένη) vuol dire semplicemente “mondo abitato”, “tutto il mondo”, “tutta la terra”. Concepiamo anche noi questo nostro mondo come il luogo concreto dove abita la nostra chiesa?
Oppure ci poniamo consapevolmente o inconsapevolmente su un altro o diverso livello? In che modo riusciamo ancora oggi ad essere fedeli all’ultimo comandamento di Gesù Cristo di essere una chiesa aperta e mandata nel mondo?

(A. Köhn)

 

06 Mar

Uniti nella diversità

“È compiuto!”
(Giovanni 19,30)
Il versetto del mese di marzo è costituito da quest’ultima breve affermazione di Gesù, tratta dal Vangelo secondo Giovanni, che muore sulla croce.

I quattro vangeli canonici raccontano in modo diverso non solo la nascita (se la raccontano), ma anche la morte di Gesù in modo molto differente.

Nel vangelo secondo Marco, Gesù muore con un grido senza pronunciare delle parole chiare. Nei Vangeli secondo Luca e Matteo possiamo osservare altri scenari ancora.

I quattro Vangeli: un’unità nella diversità – anche e soprattutto per quanto riguarda l’ultimo atto della vita terrena di Gesù.

Certamente tutti i vangeli concordano sulla fede in Gesù Cristo, il suo essere Figlio di Dio. I racconti evangelici sono comunque vari perché le prime comunità variavano tra di loro

Non esisteva neppure una sola comunità in cui tutti ricordavano o conservavano le stesse cose o parole sulla vita di Gesù.

Per capire qualcosa sulle diverse comunità cristiane e capire qualcosa sulla loro fede bisogna semplicemente rileggere i vari vangeli, il modo spesso molto divergente nel lororiportare lo stesso episodio.

La Bibbia non è semplicemente un libro. La Bibbia è fatta da tanti libri e testi diversi.
Anche il solo racconto sulla vita di Gesù non è semplicemente uno solo. La Bibbia non si propone in modo così lineare come un senso unico. La Bibbia si presenta piuttosto come un intreccio di vari racconti, perché varie sono state (e sono ancora oggi) le esigenze di fede delle singole comunità e dei singoli membri al loro interno.

Le testimonianze bibliche sono molte e diverse e spesso offrono addirittura una certa conflittualità tra di loro. Per poi non parlare della necessità che le parole della Bibbia non vanno soltanto ricordate o ripetute alla lettera. Bisogna capire il loro preciso significato, bisogna interpretarle inserendole nel loro preciso contesto storico e culturale.

Come ne veniamo fuori da questo dilemma? È possibile o meno sapere la verità?

Il nostro dilemma (un dilemma storico e un dilemma di fede allo stesso tempo) in realtà è anche una grande ricchezza, un’opportunità per valorizzare la pluralità che sta all’inizio delle prime comunità cristiane.

Questo riconoscimento (reciproco, magari) della varietà della verità (o delle verità diverse) ci aiuta a non chiuderci dentro noi stessi e le nostre presunte certezze.

I racconti della Bibbia sono diversi e variegati tra di loro, e comunque sono stati tutti insieme raccolti in un unico volume: l’unità “perfetta” proprio nella sua diversità. E soprattutto è fondamentale ricordare che i racconti della Bibbia sono racconti aperti e mai chiusi, testi che invitano e ci invitano alla continua riflessione personale e comunitaria
(A. Köhn)

03 Feb

La Parola ritrovata

Questo comandamento che oggi ti do, non è troppo difficile per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi nel cielo e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi passerà per noi di là dal mare e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?”. Invece, questa parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.(Deuteronomio 30, 11-14)

Nei libri biblici dei Re (2 Re 22) si racconta la storia circa un ritrovamento casuale, durante i lavori di restauro all’interno del Tempio a Gerusalemme, di un libro particolare. Questo libro viene tradizionalmente identificato con il “Deuteronomio”. Le leggi che il libro contiene hanno dato origine alla “riforma deuteronomista” che portò alla purificazione e centralizzazione (oggi diremmo alla semplificazione) del culto e ad una notevole riduzione delle tasse per il popolo d’Israele, assieme ad un particolare progetto di riorganizzazione politica e sociale durante il regno del re Giosia. La “riforma” della vita religiosa del popolo di Dio ha radici antiche, già nella Bibbia stessa, e non soltanto a partire dalla riforma protestante. Anche Giovanni Battista potrà essere compreso come un riformatore del suo popolo ai tempi di Gesù. E anche Gesù stesso poteva essere visto nella stessa maniera, come un profeta che richiamava la gente del suo tempo ad una profonda conversione del proprio cuore, del proprio dire e agire. Questo è in breve sintesi il significato essenziale della riforma: ritrovare la Parola di Dio perduta e dimenticata, ri-leggere questa Parola, studiarla di nuovo, condividerla con altri, annunciarla, rimetterla in pratica. Anche a noi è capitato che abbiamo riscoperto per “caso” la Parola di Dio che si trovava scritta sui muri nel nostro tempio, una parola che era stata sempre lì, anche se era nascosta, una parola – come ce lo ricorda proprio il versetto del mese di febbraio 2018 – in effetti molto più vicina a noi che forse potevamo immaginare!
(A. Köhn)

 

11 Gen

Settimana ecumenica 2018

 

 

ZONA V di Monza

CELEBRAZIONE ECUMENICA DELLA PAROLA

Venerdì 19 Gennaio 2018 ore 20,45

Chiesa di S.Vincenzo in Galliano – Cantù (CO)

con la partecipazione di

Pastore Andreas Koehn (Chiesa valdese di Como)

Padre Cristian Prilipceanu (Chiesa ortodossa rumena di Como)

Monsignor Patrizio Garascia (Chiesa cattolica di Monza)

I canti saranno eseguiti dal coro Hildegard von Bingen
diretto da Tiziana Fumagalli.

Sito del coro Hildegarda von Bingen