02 Giu

Il Signore del nostro tempo presente

Se dunque uno è in Cristo,
egli è una nuova creatura;
le cose vecchie sono passate:
ecco, sono diventate nuove.

(2 Corinzi 5,17)

Nella prospettiva del testo biblico, il vecchio e il nuovo, il tempo passato, il tempo presente e quello futuro non si escludono, ma stanno piuttosto in un inscindibile e vicendevole nesso di complementarietà.

Ogni rinnovamento, ogni opera di riforma o di restauro, ogni riqualificazione, ogni rivoluzione o rifondazione porta con sè in realtà un forte legame con l’antico, con ciò che è stato. Il nostro essere come chiesa è un essere determinato dalla presenza vivificatrice del Cristo della storia che insieme possiamo “riscoprire” ogni giorno in modo nuovo.

Detto in altre parole, il Cristo della storia in quanto Signore del tempo, passato o futuro che sia, è essenzialmente anche il Signore del nostro tempo presente.

Se siamo in lui, ovvero se ci vediamo e se camminiamo alla luce della sua presenza, il nostro essere una nuova creazione – creata a sua immagine – si rinnova non una sola volta nella vita, ma ogni nuovo giorno.

Il nostro avvenire come comunità cristiana, evangelica e riformata altro non è che questo continuo rinnovamento del nostro attuale modo di esistere e di essere chiesa: una chiesa che vive in Cristo solo se vive insieme l’esperienza della fede, una chiesa che è chiamata a ricevere e dare insieme una testimonianza tangibile, basata sulla buona notizia del Regno di Dio che viene e avviene oggi, in mezzo a noi.

(Andreas Köhn)

05 Mag

La vera grandezza…

Chi sono io, Signore, DIO, e che cos’è la mia casa, perché tu mi abbia fatto arrivare fino a questo punto? Questo è parso ancora poca cosa ai tuoi occhi, Signore, DIO; tu hai parlato anche della casa del tuo servo per un lontano avvenire. Questa è l’istruzione per l’uomo, Signore, DIO! Che potrebbe Davide dirti di più? Tu conosci il tuo servo, Signore, DIO! Per amore della tua parola e seguendo il tuo cuore, hai compiuto tutte queste cose per rivelarle al tuo servo. Tu sei davvero grande, Signore, DIO! Nessuno è pari a te e non c’è altro Dio fuori di te, secondo tutto quello che abbiamo udito con i nostri orecchi.
(2 Samuele, 7. 18-22)

Il versetto del mese di maggio (2 Samuel 7,22) è tratto da un dialogo tra il re Davide e Dio, un dialogo contenuto nel secondo libro di Samuele, un testo che ci porta molto indietro nel tempo, raccontandoci la storia dell’ascesa al trono di Davide. Da insignificante pastore di pecore l’ultimo degli otto figli di Isai di Betlemme, Davide, è diventato re e “pastore d’Israele” che governerà per 40 lunghissimi anni. Giunto all’apice del suo potere, egli promette di costruire un tempio al SIGNORE, come atto di ringraziamento. Dio però gli risponde: Non sarai tu, ma sarò io stesso a costruire il mio tempio. La vera grandezza di Davide, il più grande re che il popolo d’Israele abbia mai avuto nella sua storia, sta alla fine nel riconoscersi piccolo e insignificante davanti alla grandezza di Dio. Dio stesso, non il re Davide, sarà in effetti anche il costruttore del futuro tempio. “Se il SIGNORE non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”, così recita il Salmo 127 attribuito tradizionalmente a Salomone, successore al trono di Davide.

Ecco, questo dobbiamo riconoscere come comunità dei credenti anche oggi: il tempio, la comunità che noi oggi costruiamo in realtà non è casa nostra, non è opera nostra, ma l’opera che appartiene al SIGNORE. Molti hanno costruito prima di noi, e molti altri continueranno a costruire quella casa dopo di noi.

A noi oggi non spetta fare altro che continuare a dare insieme, come fece Davide, la nostra testimonianza per la grandezza dell’opera di Dio e della sua Parola, per ciò che abbiamo ricevuto, ovvero come lo dice lo stesso testo biblico, “secondo tutto quello che abbiamo udito con i nostri orecchi”.

(past. Andreas Köhn)

31 Mar

Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete

Dopo il sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a vedere il sepolcro. Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra. Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui,  perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva.
E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte
che Gesù aveva loro designato. E, vedutolo, l’adorarono; alcuni però dubitarono. E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra.
Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente». (Matteo  28, 1-9.16-20)

L’apparizione di Gesù ai discepoli è la rivelazione definitiva nel Vangelo secondo Matteo. La storia di Gesù si conclude con questa ultima sua manifestazione e con le sue stesse parole: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente.” Con questa promessa Gesù si congeda. La sua storia con i discepoli è finita e infinita allo stesso tempo. Anche se egli se ne va, egli rimane sempre con i suoi. Alla fine del suo percorso lascia ai suoi discepoli la sua ultima volontà: andate, insegnate a tutti i popoli “tutte quante le cose che vi ho comandate.” Così alla fine dell’intero Vangelo secondo Matteo, ancora una volta risuona molto forte l’invito ad allargare il proprio orizzonte, a non rimanere chiusi in sé stessi, a guardare avanti. C’è un solo e unico motivo, ora, per guardare indietro, per tornare al passato: bisogna sempre ricordarsi delle parole del divino Maestro, per poterle trasmetterle alle future generazioni.

(Past. Andreas Köhn)

18 Mar

una nuova famiglia al tempo della disgregazione

Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.
Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!»

Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete».
C’era lì un vaso pieno d’aceto; posta dunque una spugna, imbevuta d’aceto, in cima a un ramo d’issopo, l’accostarono alla sua bocca. Quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse:
«È compiuto!» E, chinato il capo, rese lo spirito.
(Giovanni 19, 25-30)

Il nostro tempo attuale è segnato da una forte tendenza alla disgregazione generale (sociale, economica, culturale) che è sotto gli occhi di tutte e tutti.

Come possiamo rispondere, come piccole realtà di chiese evangeliche in Italia, alla sfida di essere una comunità che testimonia la sua fede in Gesù Cristo in questo contesto particolare? Come si costruisce, oppure come si ricostruisce una comunità evangelica di credenti?

Nella Bibbia, e soprattutto nel Nuovo Testamento, troviamo non un unico modello, bensì diversi modelli e linguaggi che ci illustrano come è fatta e costruita una comunità.
C’è l’immagine, nei testi dei quattro Evangeli, del gregge e del suo pastore, oppure troviamo la descrizione di una piantagione, di una vigna che deve essere curata. Nelle lettere dell’apostolo Paolo si fa il paragone con il corpo umano in cui tutte le diverse membra fanno parte di un unico organismo, oppure si parla della chiesa o della comunità come di un edifico ben costruito e dalle solide fondamenta. L’Apocalisse di Giovanni dipinge addirittura una fantastica città nuova che scende dal cielo.

Tutti questi diversi modelli fanno riferimento esplicito, nella loro grande varietà, comunque a Cristo come unico principio della chiesa. La chiesa non è una nostra costruzione ma una creatura della Parola di Dio, come si diceva ai tempi della Riforma protestante.

Nell’Evangelo di Giovanni, Gesù ricostituisce e ricostruisce questa sua comunità (o chiesa) ancora nell’ultimo momento utile prima di morire, quando ormai la compagnia dei primi credenti si era quasi completamente disgregata. Sotto la croce erano rimasti in pochi.

Carlo Crivelli: Crocefissione

Carlo Crivelli: Crocefissione,

La chiesa nasce (o rinasce) da quel momento particolare, nel momento in cui l’ultimo e unico discepolo rimasto fedele fino alla morte di Gesù comincia a prendere il posto di Gesù stesso, portando la madre di Gesù a casa sua.

Ecco l’immagine particolare del quarto Vangelo che parla dell’inizio nuovo e della costituzione del primo nuovo nucleo familiare che darà vita a quella realtà che sarà la comunità: una nuova famiglia creata dalle macerie, dalla catastrofe della croce che aveva consumato con la sua forza violenta non solo la vita di Gesù, ma anche la speranza che l’esperienza e l’avventura della fede potesse continuare. Ecco quelli che potrebbero essere anche per noi oggi alcuni punti di riferimento per la costruzione o ricostruzione, per la rinascita della comunità:

  • insieme si riparte dopo esperienza della vita sotto la Croce;
  • insieme si creano nuovi legami di amicizia, di parentela, di una famiglia composta da persone che vengono da ogni angolo del mondo e dalle più svariate esperienze di vita e di fede;
  • insieme si condivide questa esperienza di fede non solo al proprio interno ma lo si propone in modo più ampio, in senso ecumenico e interreligioso, come un modello che contribuisce alla crescita non solo della propria chiesa o comunità;
  • insieme siamo una comunità operante e presente nella città e nel territorio dove il Signore ci ha destinati a lavorare.

Past. Andreas Köhn

02 Feb

Esercitando con premura l’ospitalità

Quanto allo zelo, non siate pigri;
siate ferventi nello spirito, servite il Signore; siate allegri nella speranza,
pazienti nella tribolazione,
perseveranti nella preghiera,
provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità”

Romani 12, 11-13

Una parola emerge alla fine del nostro testo, tratto dalla lettera dell’apostolo Paolo ai Romani: filoxenia, che significa ospitalità. Oggi noi conosciamo meglio, un’altra parola: xenofobia, molto diffusa e ampiamente praticata. Filoxenia è invece una parola “rara” nel vocabolario del Nuovo Testamento, ma la troviamo anche nella lettera agli Ebrei:

“L’amor fraterno rimanga tra di voi. Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli. Ricordatevi dei carcerati, come se foste in carcere con loro; e di quelli che sono maltrattati, come se anche voi lo foste!” (Ebrei 13, 1-3)

Questo testo ricorda la prassi dell’ospitalità che Abramo offrì ai tre “sconosciuti” alle querce di Mamre, erano degli angeli. La prima lettera di Clemente alla chiesa di Corinto ricorda insieme la fede (in greco: pistis) e l’ospitalità (in greco: filoxenia) di Abramo come le due ragioni per cui Dio gli aveva dato un figlio nella sua vecchiaia, ovvero un futuro inaspettato. L’ospitalità e la pietà di Lot (prima lettera di Clemente, cap. 11) è menzionata pure come la ragione del suo salvataggio dall’inferno che consumerà le città di Sodoma e Gomorra. Oltre a questo, troviamo nell’Antico Testamento la storia sull’ospitalità della prostituta Raab (Giosuè 2). Questa storia viene menzionata non solo nella prima lettera di Clemente ai Corinzi. La sua funzione nella storia della salvezza è ancora ricordata nella genealogia del nostro Salvatore Gesù Cristo (Matteo 1, 5).

Raab, la prostituta, è una vera e propria testimone della fede anche nella lettera di Giacomo: viene ritenuta giusta per il suo impegno a favore del popolo di Dio, popolo scampato dalla schiavitù in Egitto, popolo in ricerca di una situazione economica migliore, popolo che ha attraversato le acque del Mar Rosso, popolo in cammino, popolo migrante in ricerca disperata della sua terra promessa. Gesù, nella sua vita, ha sperimentato di essere rigettato, non accettato. Lo ricordano non solo i Vangeli sinottici, ma anche il prologo del Vangelo di Giovanni che dice: “egli è venuto a casa sua ed i suoi non lo hanno ricevuto” (Giovanni 1). La filoxenia, l’amore per l’altro, lo straniero, lo sconosciuto, quello che noi non conosciamo, quello che è diverso da “noi”, forse è una parola diventata rara nel vocabolario comune, ma è un concetto anche teologico che dobbiamo di nuovo inserire nella nostra riflessione e prassi ecumenica.

“La storia conosce molti periodi in cui lo spazio pubblico si oscura e il mondo diventa così incerto che le persone non chiedono più alla politica se non di prestare la dovuta attenzione ai loro interessi vitali e alla loro libertà privata. Li si può chiamare tempi bui.” (HANNAH ARENDT, L’umanità in tempi bui, Amburgo 1959). A questa situazione Hannah Arendt oppose l’affermazione, contenuta nel dramma Nathan il Saggio di Gotthold Ephraim Lessing: “Basta essere un uomo”, insieme alla frase “Sii amico mio”. Infatti, Nathan il Saggio afferma nella Parabola dell’anello: “Dobbiamo essere amici”.

Non dobbiamo solo esserlo, possiamo esserlo. Oggi noi diciamo insieme: “restiamo umani” e “restiamo cristiani”. Possiamo pensare al progetto Welcoming Europe e ai corridoi umanitari promossi dalla comunità di Sant’Egidio, dalla Tavola valdese e dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Ci sono tanti modi per essere praticanti della filoxenia. Se vogliamo essere davvero giusti, umani e cristiani, il concetto e la prassi della filoxenia deve restare in alto nelle nostre agende ecclesiastiche. CERCHIAMO DI ESSERE VERAMENTE GIUSTI E DI FARE DI TUTTO PER ESSERE OSPITALI.