02 Ago

Gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi

Parabola dei lavoratori delle diverse ore (Matteo 20, 1-16)

 

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».

 

Questa parabola ci interroga in modo provocatorio sul senso che diamo alla parola “giustizia”. Per il senso comune si intende una virtù grazie alla quale si attribuisce a ciascuno quello che gli è dovuto, ma il nostro testo sembra voler dire qualcosa di completamente diverso.

Per questo ci chiediamo: cos’è la giustizia per Gesù, che è poi la prospettiva di Dio?

Gesù parla attraverso parabole, in quanto vuole che le sue parole entrino nella carne viva della gente, però esse non si fermano lì, ma guardano allo Spirito. Anche noi siamo invitati a fare questo sforzo per uscire dai nostri schemi tutti umani.

L’evangelista Matteo inserisce questa parabola nel momento in cui Gesù sta per entrare a Gerusalemme dove lo attende la morte, che però non deve restare l’ultima parola. L’ingiustizia di cui lui sarà vittima innocente non deve uccidere la speranza. Esiste un’altra giustizia, quella di Dio, che sconvolge la logica umana, dove non prevale la condanna senza il perdono, e dove il compenso non viene misurato secondo la contabilità delle opere accumulate. Siamo entrati nella logica della grazia, del dono, della misericordia.

Quei brontoloni dei lavoratori della vigna rappresentano  quei cristiani che certo si sono impegnati nella loro vita di fede e di opere, ma che mettono in discussione la libertà di Dio e la sua capacità di amore. Dio potrebbe rispondere alle loro proteste così: sei forse invidioso perché io sono buono?  Ti ho forse sottratto qualcosa? Per incontrare la bontà di Dio occorre soltanto accettarla. E la sua giustizia è contenuta in questa bontà senza confini.

Probabilmente Gesù terminava così la sua parabola. Ma poi comincia la storia della chiesa e i discepoli, che hanno seguito Gesù fin dalla prima ora, si chiedono se saranno giudicati da Dio alla stregua dei pagani, che hanno accolto più tardi il messaggio dell’evangelo. E allora la parabola acquista un nuovo significato e vuole mettere in discussione le pretese di primato di quanti ritengono di avere più diritti degli altri agli occhi di Dio, quasi fosse loro concesso di mercanteggiare la salvezza. State attenti – ci dice – perché le posizioni si possono improvvisamente ribaltare e quelli che si considerano primi possono diventare ultimi.

La via che il nostro Maestro ci indica è quella del Regno dei Cieli, dove la giustizia  va oltre il merito, va oltre l’egoismo, oltre i muri e i fili spinati, e guarda alla condivisione, all’inclusione, al rispetto e alla generosità.

(Predicatrice Alida Chiavenuto)

03 Lug

Pentecoste: il messaggio pasquale ci trasforma

 

Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo.
Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dove essi erano seduti.
Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro.
Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.

Atti 2,1-4

Nei 50 giorni che seguono la crocifissione di Gesù, gli apostoli e i discepoli che lo avevano accompagnato nella sua missione terrena vivono un drammatico senso di perdita e di smarrimento: non riescono ancora a capire il senso di quanto è accaduto e che sembra smentire tutte le loro speranze e attese. Devono confrontarsi nella meditazione e nella preghiera con le parole dei profeti antichi e con quelle di Gesù per trovare significati che forse a loro erano sfuggiti, o che non avevano pienamente compreso.

Ad accrescere la loro inquietudine si aggiungeva la concreta paura di possibili ritorsioni nei confronti dei seguaci del Nazareno da parte delle autorità religiose e politiche; si sentivano braccati e quindi si tenevano alla larga dai luoghi più frequentati, dalle piazze e dalle folle. Si erano dispersi nelle periferie della Palestina, si erano chiusi nelle case dove attendevano in preghiera lo sviluppo degli eventi. Dovevano ritrovare le sorgenti della loro fede nella preghiera e nella meditazione.

E finalmente, in occasione della festa tradizionale della Pentecoste, quando la comunità israelitica ricordava solennemente l’alleanza del popolo con il suo Dio, i seguaci di Gesù trovano la forza di ripresentarsi in pubblico, nel cortile di Salomone, nel Tempio di Gerusalemme, dove si radunavano le folle di pellegrini di fede giudaica provenienti dalle diverse aree dell’Impero.

A dare enfasi al nuovo protagonismo dei discepoli del Cristo morto e risorto è l’evangelista Luca, autore degli Atti degli apostoli, che da storico qual è, ma anche da vero drammaturgo, costruisce una scenografia destinata a rimanere nell’immaginario della cristianità per i secoli a venire. Egli ci descrive tutti i fenomeni straordinari che segnano quella giornata memorabile, e lo fa utilizzando elementi che sono ben presenti agli uditori del Tempio, in quanto appartengono alla tradizione: il fuoco, il vento, o la glossolalia, sono tutti indizi della presenza della ruach, lo spirito del Signore. Di fronte allo stupore della folla, che è in ogni caso preparata all’attesa del Regno, Pietro, il padre degli apostoli, trova il coraggio di rivolgersi ai presenti e di annunciare la novità dell’Evangelo, sottolineandone la novità e al tempo stesso la continuità rispetto a quanto annunciato dai profeti.

Il fulcro del suo annuncio è il fatto che il sacrificio del Giusto, sebbene non abbia eliminato la prospettiva apocalittica, annuncia tuttavia una prospettiva molto concreta e densa di esiti futuri: il messaggio pasquale, se accolto, riesce a trasformare la vita delle persone.
Se è vero che il messaggio pasquale incide molto concretamente all’interno delle relazioni umane, ne consegue che ai credenti si apre uno sterminato campo di potenzialità per far sentire la voce del Risorto attraverso le parole e le azioni.

Parole di giustizia, azioni di cura e di rammendo delle ferite spirituali e materiali che lacerano gli umani, questo è il campo di lavoro di quanti attendono la realizzazione escatologica del Regno dei Cieli.

02 Giu

Il Signore del nostro tempo presente

Se dunque uno è in Cristo,
egli è una nuova creatura;
le cose vecchie sono passate:
ecco, sono diventate nuove.

(2 Corinzi 5,17)

Nella prospettiva del testo biblico, il vecchio e il nuovo, il tempo passato, il tempo presente e quello futuro non si escludono, ma stanno piuttosto in un inscindibile e vicendevole nesso di complementarietà.

Ogni rinnovamento, ogni opera di riforma o di restauro, ogni riqualificazione, ogni rivoluzione o rifondazione porta con sè in realtà un forte legame con l’antico, con ciò che è stato. Il nostro essere come chiesa è un essere determinato dalla presenza vivificatrice del Cristo della storia che insieme possiamo “riscoprire” ogni giorno in modo nuovo.

Detto in altre parole, il Cristo della storia in quanto Signore del tempo, passato o futuro che sia, è essenzialmente anche il Signore del nostro tempo presente.

Se siamo in lui, ovvero se ci vediamo e se camminiamo alla luce della sua presenza, il nostro essere una nuova creazione – creata a sua immagine – si rinnova non una sola volta nella vita, ma ogni nuovo giorno.

Il nostro avvenire come comunità cristiana, evangelica e riformata altro non è che questo continuo rinnovamento del nostro attuale modo di esistere e di essere chiesa: una chiesa che vive in Cristo solo se vive insieme l’esperienza della fede, una chiesa che è chiamata a ricevere e dare insieme una testimonianza tangibile, basata sulla buona notizia del Regno di Dio che viene e avviene oggi, in mezzo a noi.

(Andreas Köhn)

05 Mag

La vera grandezza…

Chi sono io, Signore, DIO, e che cos’è la mia casa, perché tu mi abbia fatto arrivare fino a questo punto? Questo è parso ancora poca cosa ai tuoi occhi, Signore, DIO; tu hai parlato anche della casa del tuo servo per un lontano avvenire. Questa è l’istruzione per l’uomo, Signore, DIO! Che potrebbe Davide dirti di più? Tu conosci il tuo servo, Signore, DIO! Per amore della tua parola e seguendo il tuo cuore, hai compiuto tutte queste cose per rivelarle al tuo servo. Tu sei davvero grande, Signore, DIO! Nessuno è pari a te e non c’è altro Dio fuori di te, secondo tutto quello che abbiamo udito con i nostri orecchi.
(2 Samuele, 7. 18-22)

Il versetto del mese di maggio (2 Samuel 7,22) è tratto da un dialogo tra il re Davide e Dio, un dialogo contenuto nel secondo libro di Samuele, un testo che ci porta molto indietro nel tempo, raccontandoci la storia dell’ascesa al trono di Davide. Da insignificante pastore di pecore l’ultimo degli otto figli di Isai di Betlemme, Davide, è diventato re e “pastore d’Israele” che governerà per 40 lunghissimi anni. Giunto all’apice del suo potere, egli promette di costruire un tempio al SIGNORE, come atto di ringraziamento. Dio però gli risponde: Non sarai tu, ma sarò io stesso a costruire il mio tempio. La vera grandezza di Davide, il più grande re che il popolo d’Israele abbia mai avuto nella sua storia, sta alla fine nel riconoscersi piccolo e insignificante davanti alla grandezza di Dio. Dio stesso, non il re Davide, sarà in effetti anche il costruttore del futuro tempio. “Se il SIGNORE non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”, così recita il Salmo 127 attribuito tradizionalmente a Salomone, successore al trono di Davide.

Ecco, questo dobbiamo riconoscere come comunità dei credenti anche oggi: il tempio, la comunità che noi oggi costruiamo in realtà non è casa nostra, non è opera nostra, ma l’opera che appartiene al SIGNORE. Molti hanno costruito prima di noi, e molti altri continueranno a costruire quella casa dopo di noi.

A noi oggi non spetta fare altro che continuare a dare insieme, come fece Davide, la nostra testimonianza per la grandezza dell’opera di Dio e della sua Parola, per ciò che abbiamo ricevuto, ovvero come lo dice lo stesso testo biblico, “secondo tutto quello che abbiamo udito con i nostri orecchi”.

(past. Andreas Köhn)

31 Mar

Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete

Dopo il sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a vedere il sepolcro. Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra. Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui,  perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva.
E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte
che Gesù aveva loro designato. E, vedutolo, l’adorarono; alcuni però dubitarono. E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra.
Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente». (Matteo  28, 1-9.16-20)

L’apparizione di Gesù ai discepoli è la rivelazione definitiva nel Vangelo secondo Matteo. La storia di Gesù si conclude con questa ultima sua manifestazione e con le sue stesse parole: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente.” Con questa promessa Gesù si congeda. La sua storia con i discepoli è finita e infinita allo stesso tempo. Anche se egli se ne va, egli rimane sempre con i suoi. Alla fine del suo percorso lascia ai suoi discepoli la sua ultima volontà: andate, insegnate a tutti i popoli “tutte quante le cose che vi ho comandate.” Così alla fine dell’intero Vangelo secondo Matteo, ancora una volta risuona molto forte l’invito ad allargare il proprio orizzonte, a non rimanere chiusi in sé stessi, a guardare avanti. C’è un solo e unico motivo, ora, per guardare indietro, per tornare al passato: bisogna sempre ricordarsi delle parole del divino Maestro, per poterle trasmetterle alle future generazioni.

(Past. Andreas Köhn)