04 Nov

Il conto alla rovescia

E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
Apocalisse 21,2

Alla fine di quest’anno 2018 siamo giunti o quasi alla fine di un lunghissimo percorso. Siamo alla fine e allo stesso tempo davanti a un nuovo inizio. Il mese di novembre ci fa venire in mente in modo particolare la fine dell’anno liturgico; celebriamo la terzultima, la penultima e l’ultima domenica dell’anno, prima di fare ogni anno un nuovo inizio con le prime quattro domeniche d’Avvento che ci portano nel mese di dicembre alla festa di Natale. Anche nell’ultimo libro della Bibbia si fa, potremmo dire, questo tipo di conto alla rovescia. Nel penultimo capitolo dell’Apocalisse ha inizio, appunto, un nuovo inizio: la discesa della Gerusalemme celeste sarà l’ultimo atto creativo di Dio. La nuova Gerusalemme non viene descritta come una città fantastica sulle nuvole, oppure come una realtà invisibile e irreale. Si tratta invece di una costruzione molto realistica, basata sulle fondamenta della scrittura, ovvero della Parola di Dio, e sul principio dell’amore solidale verso il prossimo. L’ultimo atto, ovvero l’incontro finale e definitivo tra lo sposo, Cristo, e la sua sposa, la comunità dei credenti, rimane sempre all’orizzonte della fede, ma si realizza già qui ed ora, come in anticipo, quando riusciamo ad incontrarci fra di noi, quando ci ascoltiamo a vicenda, quando ci accogliamo così come siamo davvero, soprattutto nella condivisione della nostra insanabile debolezza.

29 Set

Versetto del mese di ottobre

 

Signore, ti sta davanti ogni mio desiderio, i miei gemiti non ti sono nascosti. (Salmo 38,9)

Questo versetto del Salmo 38 evoca l’immagine di un Dio vicino e sempre disponibile, qualcuno che accompagna amichevolmente i suoi, dovunque andranno.

Non vogliamo anche noi un Dio così? Un Dio che ci segue e ci protegge, nelle nostre famiglie e imprese, nelle nostre chiese locali e nelle nostre opere diaconali? Credo che anche noi desideriamo un Dio fatto proprio così. Abbiamo bisogno anche noi di uno che ci protegge e veglia su di noi, come lo dice il Salmo 92: “Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio”. Anche noi vorremmo poter abitare sempre “al riparo dell’Altissimo” e trovarci “all’ombra dell’Onnipotente”. L’essere umano spera molto in questa presenza stabile e dimostrabile del divino nella propria vita.

Ecco perché l’essere umano sente il bisogno di costruire dei templi, delle zone particolari per rappresentare le proprie speranze. Come fece il re Salomone, nel suo tentativo di creare, per la prima volta nella storia del popolo d’Israele, una dimora stabile per Dio. Il rischio dell’idolatria è reale, soprattutto, per l’uomo religioso, per

l’uomo che vuole credere.
“O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto”, disse Aaronne

mostrando al popolo il vitello d’oro (Esodo 32). L’idolo è la rappresentazione del fatto – visibile e accessibile per tutti – che Dio ha fortemente agito. Quando si uniscono i concetti di “fede” e “storia” senza spirito critico (vuol dire senza una mente che possa ancora discernere una cosa dall’altra), la stessa storia di salvezza rischia di diventare un idolo.

Il tempio come segno indiscutibile e reale della presenza di Dio in mezzo al suo popolo è stato distrutto più volte. Anche noi stiamo ancora costruendo dei templi, luoghi concreti della presenza di Dio nella nostra vita. Anche noi abbiamo luoghi preferiti, luoghi ideali (o almeno da noi idealizzati) per l’incontro con Dio. Questi luoghi sono spesso l’espressione della nostra dipendenza permanente dagli idoli. L’idolo, che rispecchia perfettamente l’idea che l’uomo ha di sé stesso e di Dio, alla fine divora la sostanza stessa dell’uomo e si mette al suo posto. Dio non è laddove lo vuole l’uomo. Mentre il popolo si sveglia dal suo sonno, un solitario Mosè, nella buca di un masso, fa l’esperienza della presenza dialettica di Dio nel mondo (Esodo 33). Dio passa oltre veloce e si fa vedere soltanto da dietro, per un istante eternamente fugace …

13 Set

Il mistero di Dio

Versetto del mese di settembre:

Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità, sebbene l’uomo non possa comprendere dal principio alla fine l’opera che Dio ha fatta.

Ecclesiaste 3,11

Nel suo scritto “Il mistero di Dio”, pubblicato dalla casa editrice Claudiana nel 1943, il pastore valdese Carlo LUPO inizia il suo discorso sulla domanda “Che cos’è Dio” con una citazione dai Doveri dell’uomo di G. MAZZINI: Dio esiste. Noi non dobbiamo né vogliamo provarlo. Dio esiste, perché noi esistiamo. Dio vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell’umanità, nell’universo che ci circonda. Colui che può negare Dio davanti a una notte stellata o davanti al martirio è grandemente infelice o grandemente colpevole.” Essere credenti, essere chiesa, essere quindi “cittadini del Regno di Dio” inteso come un “regno di libertà e di luce, fra i deformi, oscuri e caotici regni di questo mondo”, come dice C. LUPO, non è stato mai facile. Ogni tempo pone nuove domande alla persona credente nel suo tentativo di nominare Dio, di chiamarlo, invocarlo, pregarlo. Nella Genesi, Dio è il creatore che si svela nel disegno buono della sua creazione, e nell’Apocalisse Dio è l’architetto di “nuovi cieli e nuova terra”. Nella letteratura apostolica, la nuova genesi è collocata nella comunità dei credenti (2 Cor 5,17), una costruzione che rappresenta il nuovo Tempio metafisico di Dio (Ebr 9,11 e 11,10).

Essere “in Cristo” vuol dire essere parte attiva della nuova creazione di Dio. Per questo si capisce che quando la Bibbia parla della creazione e del Dio creatore si parla anche della vita del credente e della proiezione, nella prospettiva della fede biblica, della sua “immagine” sullo scenario del mondo. Questo vuol dire che la Bibbia, sin dalle sue prime pagine, non è una cosa concepita in maniera statica, bensì la Bibbia stessa testimonia di quella Parola “eterna”, ovvero di una Parola in continua attualizzazione, rilettura e riscrittura.

08 Lug

Versetto del Mese:

Seminate secondo giustizia e farete una raccolta di misericordia;
dissodatevi un campo nuovo,
poiché è tempo di cercare il SIGNORE,
finché egli non venga, e non spanda su di voi la pioggia della giustizia.

 

Osea 10,12

08 Mag

la fede è certezza di cose che si sperano…

«Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.»
(Ebrei 11,1)

 

Nella lettera agli Ebrei troviamo un’immagine particolare per parlare di Gesù: l’immagine del sommo sacerdote. Sembra un’immagine di un passato remoto. Le chiese della riforma hanno abolito i sacerdoti e introdotto il sacerdozio universale. Gesù, come sappiamo, ha sempre rifiutato il desiderio del potere dei suoi discepoli, ovvero il desiderio di occupare posti particolari nella sua chiesa (Marco 10, 35-45). Gesù, nella lettera agli Ebrei, appare come il sommo e unico sacerdote di Dio, perché, come dice la lettera, egli ha percorso i cieli. Gesù ha la vera conoscenza del Padre, che è nei cieli (come diciamo nel Padre Nostro). La posizione particolare di Gesù è dovuta anzitutto alla sua obbedienza alla volontà del Padre fino alla morte di croce. L’immagine di Gesù che siede alla destra di Dio (un’immagine che appare nel Credo) è l’immagine fissa della lettera che invita a correre “con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio” (Ebrei 12,3). La lettera agli Ebrei ci esorta: partecipate alla gara, state fermi nella fede! Quello che caratterizza coloro che credono è la loro fede, la fede che hanno in Cristo come unico punto fermo di riferimento. Quando vediamo, nella fede, Gesù come unico nostro punto di riferimento, sparisce anche il desiderio di dover fare ruotare attorno a noi stessi tutta la chiesa. Ascoltare la parola di Gesù è il centro del culto. E per ascoltare la sua parola ci vogliono spazi e tempi particolari, ci vogliono persone disposte all’ascolto, persone disposte a parlare, affinché la parola di Gesù possa ancora essere una parola annunciata, meditata, condivisa e diffusa.

(A. Köhn)