02 Feb

Esercitando con premura l’ospitalità

Quanto allo zelo, non siate pigri;
siate ferventi nello spirito, servite il Signore; siate allegri nella speranza,
pazienti nella tribolazione,
perseveranti nella preghiera,
provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità”

Romani 12, 11-13

Una parola emerge alla fine del nostro testo, tratto dalla lettera dell’apostolo Paolo ai Romani: filoxenia, che significa ospitalità. Oggi noi conosciamo meglio, un’altra parola: xenofobia, molto diffusa e ampiamente praticata. Filoxenia è invece una parola “rara” nel vocabolario del Nuovo Testamento, ma la troviamo anche nella lettera agli Ebrei:

“L’amor fraterno rimanga tra di voi. Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli. Ricordatevi dei carcerati, come se foste in carcere con loro; e di quelli che sono maltrattati, come se anche voi lo foste!” (Ebrei 13, 1-3)

Questo testo ricorda la prassi dell’ospitalità che Abramo offrì ai tre “sconosciuti” alle querce di Mamre, erano degli angeli. La prima lettera di Clemente alla chiesa di Corinto ricorda insieme la fede (in greco: pistis) e l’ospitalità (in greco: filoxenia) di Abramo come le due ragioni per cui Dio gli aveva dato un figlio nella sua vecchiaia, ovvero un futuro inaspettato. L’ospitalità e la pietà di Lot (prima lettera di Clemente, cap. 11) è menzionata pure come la ragione del suo salvataggio dall’inferno che consumerà le città di Sodoma e Gomorra. Oltre a questo, troviamo nell’Antico Testamento la storia sull’ospitalità della prostituta Raab (Giosuè 2). Questa storia viene menzionata non solo nella prima lettera di Clemente ai Corinzi. La sua funzione nella storia della salvezza è ancora ricordata nella genealogia del nostro Salvatore Gesù Cristo (Matteo 1, 5).

Raab, la prostituta, è una vera e propria testimone della fede anche nella lettera di Giacomo: viene ritenuta giusta per il suo impegno a favore del popolo di Dio, popolo scampato dalla schiavitù in Egitto, popolo in ricerca di una situazione economica migliore, popolo che ha attraversato le acque del Mar Rosso, popolo in cammino, popolo migrante in ricerca disperata della sua terra promessa. Gesù, nella sua vita, ha sperimentato di essere rigettato, non accettato. Lo ricordano non solo i Vangeli sinottici, ma anche il prologo del Vangelo di Giovanni che dice: “egli è venuto a casa sua ed i suoi non lo hanno ricevuto” (Giovanni 1). La filoxenia, l’amore per l’altro, lo straniero, lo sconosciuto, quello che noi non conosciamo, quello che è diverso da “noi”, forse è una parola diventata rara nel vocabolario comune, ma è un concetto anche teologico che dobbiamo di nuovo inserire nella nostra riflessione e prassi ecumenica.

“La storia conosce molti periodi in cui lo spazio pubblico si oscura e il mondo diventa così incerto che le persone non chiedono più alla politica se non di prestare la dovuta attenzione ai loro interessi vitali e alla loro libertà privata. Li si può chiamare tempi bui.” (HANNAH ARENDT, L’umanità in tempi bui, Amburgo 1959). A questa situazione Hannah Arendt oppose l’affermazione, contenuta nel dramma Nathan il Saggio di Gotthold Ephraim Lessing: “Basta essere un uomo”, insieme alla frase “Sii amico mio”. Infatti, Nathan il Saggio afferma nella Parabola dell’anello: “Dobbiamo essere amici”.

Non dobbiamo solo esserlo, possiamo esserlo. Oggi noi diciamo insieme: “restiamo umani” e “restiamo cristiani”. Possiamo pensare al progetto Welcoming Europe e ai corridoi umanitari promossi dalla comunità di Sant’Egidio, dalla Tavola valdese e dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Ci sono tanti modi per essere praticanti della filoxenia. Se vogliamo essere davvero giusti, umani e cristiani, il concetto e la prassi della filoxenia deve restare in alto nelle nostre agende ecclesiastiche. CERCHIAMO DI ESSERE VERAMENTE GIUSTI E DI FARE DI TUTTO PER ESSERE OSPITALI.

11 Gen

Cerca la pace e adoperati per essa.

versetto del mese:

Cerca la pace e adoperati per essa.
Salmo 34,15

Il tema della pace ci tocca da vicino e per ben due volte all’inizio di questo nuovo anno 2019. Da una parte, il versetto guida per tutto l’arco dell’anno parla della pace non come di qualcosa che semplicemente c’è o non c’è, ma in termini di un progetto per il quale bisogna impegnarsi attivamente. Anche il versetto del mese di gennaio tratto dal libro di Genesi 9,13 parla del patto tra Dio e la terra da lui creata, e si fa cenno al segno visibile dell’arcobaleno: “Io pongo il mio arco nella nuvola e servirà di segno del patto fra me e la terra.”

Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono delle parole chiavi del movimento ecumenico. In questo primo mese del nuovo anno vogliamo non solo sentire parlare di pace. Ci vogliamo impegnare per un progetto di pace, di giustizia e di salvaguardia del creato.

Per fare questo, siamo chiamati a essere operativi durante la prossima settimana ecumenica, che inizierà il 18 gennaio nel Tempio valdese alle ore 20.00 con una serata di testimonianze dedicata ai giovani e che si concluderà con un culto ecumenico serale presso la basilica di S. Fedele il 25 gennaio. Il 26 gennaio, nel pomeriggio dalle ore 16.00 alle ore 18.00, avremo con noi il presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), il pastore battista Luca M. Negro, che presenta nel Tempio valdese il progetto “Welcoming Europe”.

23 Dic

Dicembre: “quando videro la stella…”

Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia.

(Matteo 2,10)

 

Natale è la festa cristiana per eccellenza della gioia profonda e del canto. In questo mese abbiamo un programma davvero molto ricco di culti e di altre occasioni per stare insieme, per ascoltare insieme la musica, per cantare insieme e per vedere insieme la nostra vita alla luce della Parola di Dio, ovvero di Gesù Cristo che si presenta alle chiese proprio come la “lucente stella del mattino” (Apocalisse 22,16). L’immagine della luce di una stella, di un nuovo sole che nasce e appare nella notte dei tempi è una delle più significative immagini con cui si parla di Gesù nell’intera Bibbia.
“Nel notturno oscuro vel / splende come un chiaro sol / dal presepe fino al ciel / d’una vergine il Figliuol.” Così cantiamo nel tempo dell’Avvento e di Natale.
Di questa stella parla anche l’ultimo testo del canone del Nuovo Testamento, la seconda Lettera di Pietro: “Abbiamo inoltre la parola
profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori” (2 Pietro 1,19). La luce nuova deve rinascere nel nostro stesso essere, apparendo nell’oscurità di un mondo che attende l’avvento del suo unico e vero Signore.
(Andreas Köhn)

04 Nov

Il conto alla rovescia

E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
Apocalisse 21,2

Alla fine di quest’anno 2018 siamo giunti o quasi alla fine di un lunghissimo percorso. Siamo alla fine e allo stesso tempo davanti a un nuovo inizio. Il mese di novembre ci fa venire in mente in modo particolare la fine dell’anno liturgico; celebriamo la terzultima, la penultima e l’ultima domenica dell’anno, prima di fare ogni anno un nuovo inizio con le prime quattro domeniche d’Avvento che ci portano nel mese di dicembre alla festa di Natale. Anche nell’ultimo libro della Bibbia si fa, potremmo dire, questo tipo di conto alla rovescia. Nel penultimo capitolo dell’Apocalisse ha inizio, appunto, un nuovo inizio: la discesa della Gerusalemme celeste sarà l’ultimo atto creativo di Dio. La nuova Gerusalemme non viene descritta come una città fantastica sulle nuvole, oppure come una realtà invisibile e irreale. Si tratta invece di una costruzione molto realistica, basata sulle fondamenta della scrittura, ovvero della Parola di Dio, e sul principio dell’amore solidale verso il prossimo. L’ultimo atto, ovvero l’incontro finale e definitivo tra lo sposo, Cristo, e la sua sposa, la comunità dei credenti, rimane sempre all’orizzonte della fede, ma si realizza già qui ed ora, come in anticipo, quando riusciamo ad incontrarci fra di noi, quando ci ascoltiamo a vicenda, quando ci accogliamo così come siamo davvero, soprattutto nella condivisione della nostra insanabile debolezza.

29 Set

Versetto del mese di ottobre

 

Signore, ti sta davanti ogni mio desiderio, i miei gemiti non ti sono nascosti. (Salmo 38,9)

Questo versetto del Salmo 38 evoca l’immagine di un Dio vicino e sempre disponibile, qualcuno che accompagna amichevolmente i suoi, dovunque andranno.

Non vogliamo anche noi un Dio così? Un Dio che ci segue e ci protegge, nelle nostre famiglie e imprese, nelle nostre chiese locali e nelle nostre opere diaconali? Credo che anche noi desideriamo un Dio fatto proprio così. Abbiamo bisogno anche noi di uno che ci protegge e veglia su di noi, come lo dice il Salmo 92: “Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio”. Anche noi vorremmo poter abitare sempre “al riparo dell’Altissimo” e trovarci “all’ombra dell’Onnipotente”. L’essere umano spera molto in questa presenza stabile e dimostrabile del divino nella propria vita.

Ecco perché l’essere umano sente il bisogno di costruire dei templi, delle zone particolari per rappresentare le proprie speranze. Come fece il re Salomone, nel suo tentativo di creare, per la prima volta nella storia del popolo d’Israele, una dimora stabile per Dio. Il rischio dell’idolatria è reale, soprattutto, per l’uomo religioso, per

l’uomo che vuole credere.
“O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto”, disse Aaronne

mostrando al popolo il vitello d’oro (Esodo 32). L’idolo è la rappresentazione del fatto – visibile e accessibile per tutti – che Dio ha fortemente agito. Quando si uniscono i concetti di “fede” e “storia” senza spirito critico (vuol dire senza una mente che possa ancora discernere una cosa dall’altra), la stessa storia di salvezza rischia di diventare un idolo.

Il tempio come segno indiscutibile e reale della presenza di Dio in mezzo al suo popolo è stato distrutto più volte. Anche noi stiamo ancora costruendo dei templi, luoghi concreti della presenza di Dio nella nostra vita. Anche noi abbiamo luoghi preferiti, luoghi ideali (o almeno da noi idealizzati) per l’incontro con Dio. Questi luoghi sono spesso l’espressione della nostra dipendenza permanente dagli idoli. L’idolo, che rispecchia perfettamente l’idea che l’uomo ha di sé stesso e di Dio, alla fine divora la sostanza stessa dell’uomo e si mette al suo posto. Dio non è laddove lo vuole l’uomo. Mentre il popolo si sveglia dal suo sonno, un solitario Mosè, nella buca di un masso, fa l’esperienza della presenza dialettica di Dio nel mondo (Esodo 33). Dio passa oltre veloce e si fa vedere soltanto da dietro, per un istante eternamente fugace …