13 Set

Il mistero di Dio

Versetto del mese di settembre:

Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità, sebbene l’uomo non possa comprendere dal principio alla fine l’opera che Dio ha fatta.

Ecclesiaste 3,11

Nel suo scritto “Il mistero di Dio”, pubblicato dalla casa editrice Claudiana nel 1943, il pastore valdese Carlo LUPO inizia il suo discorso sulla domanda “Che cos’è Dio” con una citazione dai Doveri dell’uomo di G. MAZZINI: Dio esiste. Noi non dobbiamo né vogliamo provarlo. Dio esiste, perché noi esistiamo. Dio vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell’umanità, nell’universo che ci circonda. Colui che può negare Dio davanti a una notte stellata o davanti al martirio è grandemente infelice o grandemente colpevole.” Essere credenti, essere chiesa, essere quindi “cittadini del Regno di Dio” inteso come un “regno di libertà e di luce, fra i deformi, oscuri e caotici regni di questo mondo”, come dice C. LUPO, non è stato mai facile. Ogni tempo pone nuove domande alla persona credente nel suo tentativo di nominare Dio, di chiamarlo, invocarlo, pregarlo. Nella Genesi, Dio è il creatore che si svela nel disegno buono della sua creazione, e nell’Apocalisse Dio è l’architetto di “nuovi cieli e nuova terra”. Nella letteratura apostolica, la nuova genesi è collocata nella comunità dei credenti (2 Cor 5,17), una costruzione che rappresenta il nuovo Tempio metafisico di Dio (Ebr 9,11 e 11,10).

Essere “in Cristo” vuol dire essere parte attiva della nuova creazione di Dio. Per questo si capisce che quando la Bibbia parla della creazione e del Dio creatore si parla anche della vita del credente e della proiezione, nella prospettiva della fede biblica, della sua “immagine” sullo scenario del mondo. Questo vuol dire che la Bibbia, sin dalle sue prime pagine, non è una cosa concepita in maniera statica, bensì la Bibbia stessa testimonia di quella Parola “eterna”, ovvero di una Parola in continua attualizzazione, rilettura e riscrittura.

08 Lug

Versetto del Mese:

Seminate secondo giustizia e farete una raccolta di misericordia;
dissodatevi un campo nuovo,
poiché è tempo di cercare il SIGNORE,
finché egli non venga, e non spanda su di voi la pioggia della giustizia.

 

Osea 10,12

08 Mag

la fede è certezza di cose che si sperano…

«Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.»
(Ebrei 11,1)

 

Nella lettera agli Ebrei troviamo un’immagine particolare per parlare di Gesù: l’immagine del sommo sacerdote. Sembra un’immagine di un passato remoto. Le chiese della riforma hanno abolito i sacerdoti e introdotto il sacerdozio universale. Gesù, come sappiamo, ha sempre rifiutato il desiderio del potere dei suoi discepoli, ovvero il desiderio di occupare posti particolari nella sua chiesa (Marco 10, 35-45). Gesù, nella lettera agli Ebrei, appare come il sommo e unico sacerdote di Dio, perché, come dice la lettera, egli ha percorso i cieli. Gesù ha la vera conoscenza del Padre, che è nei cieli (come diciamo nel Padre Nostro). La posizione particolare di Gesù è dovuta anzitutto alla sua obbedienza alla volontà del Padre fino alla morte di croce. L’immagine di Gesù che siede alla destra di Dio (un’immagine che appare nel Credo) è l’immagine fissa della lettera che invita a correre “con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio” (Ebrei 12,3). La lettera agli Ebrei ci esorta: partecipate alla gara, state fermi nella fede! Quello che caratterizza coloro che credono è la loro fede, la fede che hanno in Cristo come unico punto fermo di riferimento. Quando vediamo, nella fede, Gesù come unico nostro punto di riferimento, sparisce anche il desiderio di dover fare ruotare attorno a noi stessi tutta la chiesa. Ascoltare la parola di Gesù è il centro del culto. E per ascoltare la sua parola ci vogliono spazi e tempi particolari, ci vogliono persone disposte all’ascolto, persone disposte a parlare, affinché la parola di Gesù possa ancora essere una parola annunciata, meditata, condivisa e diffusa.

(A. Köhn)

01 Apr

Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato…

Versetto biblico del mese

Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi» (Giovanni 20,21)

Così parla Gesù, alla fine del penultimo capitolo del Vangelo secondo Giovanni, alla stretta cerchia dei suoi discepoli che gli sono rimasti fedeli.
Sono davvero rimasti fedeli?
Giuda l’ha tradito, Pietro l’ha rinnegato, gli altri – tranne uno solo: Giovanni, il discepolo amato – l’hanno abbandonato, sono scappati, spariti nel nulla.
Tommaso, ancora dopo Pasqua, non ci crede e chiede di poter avere delle prove materiali. L’annuncio di speranza da parte delle donne discepole incontra solo scetticismo.
Ora, quel che resta del loro gruppo, si trova rinchiuso in una casa privata come in una tomba. Hanno paura. La loro storia è giunta alla fine.
In questo momento estremo è proprio il Maestro che di nuovo incontra i suoi discepoli. Gesù entra nel luogo dove si sono nascosti e affida loro la sua stessa missione: vi lascio questo ultimo mandato – andate nel mondo, come sono stato mandato e andato anch’io nel mondo. Gesù chiede ai suoi discepoli di assumersi la stessa responsabilità del divino mandato da lui ormai compiuto. La logica, la conseguenza di fede di questo mandato è spiegata già altrove nel vangelo di Giovanni: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3,16).
Dio ha così tanto amato questo mondo che ha mandato suo figlio proprio in questo mondo. La comunità cristiana non è concepita dal suo Signore e Maestro come un circolo settario e chiuso di pochi eletti, ma come una realtà di fede che rimane aperta al mondo.

Essere oggi una chiesa cristiana vuol dire rimanere aperti a questo mondo, non chiudersi in sé stessi per paura o per pigrizia. La chiesa non è un luogo chiuso, una realtà posta fuori dal mondo. La parola Ecumene (dal greco οἰκουμένη) vuol dire semplicemente “mondo abitato”, “tutto il mondo”, “tutta la terra”. Concepiamo anche noi questo nostro mondo come il luogo concreto dove abita la nostra chiesa?
Oppure ci poniamo consapevolmente o inconsapevolmente su un altro o diverso livello? In che modo riusciamo ancora oggi ad essere fedeli all’ultimo comandamento di Gesù Cristo di essere una chiesa aperta e mandata nel mondo?

(A. Köhn)

 

06 Mar

Uniti nella diversità

“È compiuto!”
(Giovanni 19,30)
Il versetto del mese di marzo è costituito da quest’ultima breve affermazione di Gesù, tratta dal Vangelo secondo Giovanni, che muore sulla croce.

I quattro vangeli canonici raccontano in modo diverso non solo la nascita (se la raccontano), ma anche la morte di Gesù in modo molto differente.

Nel vangelo secondo Marco, Gesù muore con un grido senza pronunciare delle parole chiare. Nei Vangeli secondo Luca e Matteo possiamo osservare altri scenari ancora.

I quattro Vangeli: un’unità nella diversità – anche e soprattutto per quanto riguarda l’ultimo atto della vita terrena di Gesù.

Certamente tutti i vangeli concordano sulla fede in Gesù Cristo, il suo essere Figlio di Dio. I racconti evangelici sono comunque vari perché le prime comunità variavano tra di loro

Non esisteva neppure una sola comunità in cui tutti ricordavano o conservavano le stesse cose o parole sulla vita di Gesù.

Per capire qualcosa sulle diverse comunità cristiane e capire qualcosa sulla loro fede bisogna semplicemente rileggere i vari vangeli, il modo spesso molto divergente nel lororiportare lo stesso episodio.

La Bibbia non è semplicemente un libro. La Bibbia è fatta da tanti libri e testi diversi.
Anche il solo racconto sulla vita di Gesù non è semplicemente uno solo. La Bibbia non si propone in modo così lineare come un senso unico. La Bibbia si presenta piuttosto come un intreccio di vari racconti, perché varie sono state (e sono ancora oggi) le esigenze di fede delle singole comunità e dei singoli membri al loro interno.

Le testimonianze bibliche sono molte e diverse e spesso offrono addirittura una certa conflittualità tra di loro. Per poi non parlare della necessità che le parole della Bibbia non vanno soltanto ricordate o ripetute alla lettera. Bisogna capire il loro preciso significato, bisogna interpretarle inserendole nel loro preciso contesto storico e culturale.

Come ne veniamo fuori da questo dilemma? È possibile o meno sapere la verità?

Il nostro dilemma (un dilemma storico e un dilemma di fede allo stesso tempo) in realtà è anche una grande ricchezza, un’opportunità per valorizzare la pluralità che sta all’inizio delle prime comunità cristiane.

Questo riconoscimento (reciproco, magari) della varietà della verità (o delle verità diverse) ci aiuta a non chiuderci dentro noi stessi e le nostre presunte certezze.

I racconti della Bibbia sono diversi e variegati tra di loro, e comunque sono stati tutti insieme raccolti in un unico volume: l’unità “perfetta” proprio nella sua diversità. E soprattutto è fondamentale ricordare che i racconti della Bibbia sono racconti aperti e mai chiusi, testi che invitano e ci invitano alla continua riflessione personale e comunitaria
(A. Köhn)