Io sono la vite, voi i tralci…

 

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.»

Giovanni 15,1-11

Nell’evangelo di Giovanni il racconto della Pentecoste precede la Passione ed è contenuto nella promessa di Gesù ai suoi che dopo la sua dipartita invierà loro lo Spirito Santo, il Consolatore, che resterà con loro per sempre. A questo discorso fa seguito un altro, il cui fulcro è la metafora della vite e dei tralci.

Il brano inizia con una affermazione categorica di Gesù: “Io sono…”, che mette subito in risalto l’autorevolezza di Colui che parla, evocando la stessa espressione che nell’Antico Testamento introduce gli interventi di Dio. Gesù aggiunge poi di essere la “vera vite”, costringendoci ad un salto logico, così da associare la pianta alla fonte stessa della verità.

La vite

L’immagine della vite, anch’essa molto utilizzata nei testi veterotestamentari perché paragonata al popolo di Israele, ha una notevole forza evocativa: rinvia infatti al calore del sole, al dolce sapore dell’uva, all’ebbrezza gioiosa del vino, che a sua volta si lega ai momenti allegri e conviviali della vita umana. E’ una pianta dall’apparenza fragile, esposta alle avversità, ma anche capace di resistenza, e feconda di tralci e di frutti.

La vite rinvia a Noè e al patto che Dio stabilisce con la sua discendenza; per i cristiani quel patto viene sigillato dal sangue di Gesù sulla croce, e richiamato alla loro perenne memoria dal pane e dal vino della sua Cena.

Sebbene Gesù, proprio in questi momenti della sua vita che precedono la Passione, alluda alla possibilità che i tralci si secchino e diventino solo materia per il fuoco, privilegia tuttavia l’immagine vincente della vitalità e della forza produttiva di questi stessi tralci, purché restino saldamente collegati al ceppo che consente loro di vivere:”dimorate in me come io dimoro in voi” (v.4). In questo “dimorare” in Cristo inizia il cammino del cristiano che ha per traguardo la gioia:”vi ho detto queste cose affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa”(v.11).

Dimorare in Cristo

Se dunque la linfa, che è la potenza di Dio, scorre in noi, non può lasciarci inerti, passivi, ma deve necessariamente produrre segni visibili della sua presenza: “colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto”(v.5). Dimorare in Cristo non significa godere di una rendita di posizione, ma rinnovare il nostro comportamento quotidiano, il nostro impegno nel mondo, i nostri rapporti con gli altri. Che la gioia sia il traguardo non significa che la vita del cristiano sia segnata dal successo. A volte ci viene chiesto di “portare la croce”, la nostra, e talvolta anche quella degli altri. Non c’è spazio, nelle parole di Gesù, per una visione individualistica della vita cristiana; solo se ci muoviamo in una prospettiva comunitaria, se agiamo nella reciprocità, si può far sì che la linfa che proviene dal ceppo circoli davvero e ci permetta di dare il frutto della vita.

Dimorare nel suo amore

La terza ed ultima tappa è quella dell’amore: “Dimorate nel mio amore” (v.9), dice Gesù. Egli ci strappa dai nostri egoismi e ci mette in relazione con gli altri; ci lega a Lui, ci lega tra di noi e al tempo stesso apre uno spazio per l’incontro, per il sostegno fraterno, per il dibattito e per il confronto. Uno dei frutti della presenza di Dio in mezzo a noi è che possiamo essere insieme senza essere uguali, essere uniti pur essendo diversi. Se rimaniamo attaccati al ceppo di Cristo potremo davvero produrre molti frutti e approdare alla gioia della sua liberazione, a una vita spirituale ricca e arricchente per il prossimo.

(P.l. Alida Chiavenuto)