Forma breve (Gv 9, 1.6-9.13-17.34-38):
In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
Il tema della luce e delle tenebre, del vedere e non vedere, dell’evidenza e della oscurità, della presunzione – o illusione – dell’aver visto, e della verità e umiltà della visione spirituale, è il grande tema della mistica che inizia con il neoplatonismo e che attraversa poi tutto il Medioevo per essere infine raccolto da Lutero nelle sue prime lezioni universitarie. Non si sa come, diventa anche il motto della Chiesa valdese: lux lucet in tenebris.
È un tema critico. Chi si affida alla propria vista in realtà vede soltanto quello che pensa di vedere. Non esce dalla propria convinzione. Questo gli dà la facoltà di giudicare il prossimo. È infatti nella valutazione dell’altro che si può vedere la propria verità. La convinzione circa la propria ragione la si sottomette ad un’unica prova: il giudizio contro il prossimo, specie se questi si presenta come cieco dalla nascita. Oggi persone che hanno perso ogni diritto o ne sono privati. Una pubblica condanna. Io vedo – lui è cieco. Io ho un’identità completa, lui, lei no. Io giudico, lui, lei, è colpevole; o se non lui, i suoi genitori. Tutto è chiaro.
Tale verità è in realtà cecità. È cecità perché prende l’evidenza come regola senza sottometterla a critica. Non ha infatti altro metro che la propria verità considerata evidente. Questa verità estromette l’altro per definizione. L’altro appare unicamente nella mia luce, nella luce dei miei interessi. Ciò che conta è la nostra verità, e così sia. C’è sempre un terzo che porta la colpa. La colpa è sua, di quello/quella là.
Gesù fa in modo che i campi si invertano. Il cieco diventa un modello. Nella letteratura cristiana il non-vedente vede profeticamente meglio di chi si concentra sull’evidenza presente. Chi non vede riceve nell’oscurità una luce diversa, una luce essenziale. “Il popolo che camminava nelle tenebre…” ecc. Non c’è soltanto l’evidenza epicurea o l’evidenza dell’idealismo stoico (la sinistra e la destra della filosofia antica): c’è un accesso diverso alla luce. Attraverso l’oscurità, dice Giovanni. La cecità (ovvero l’oscurità, la tenebra) diventa una fortuna per accedere a un motivo imprevisto: la libertà della persona. La liberazione dai peccati – se vi sono peccati, come qualcuno dei vedenti “evidentemente” ritiene.
Ritroviamo qui un motivo della pericope di domenica 12 marzo (Gv 3, 1-8; vado da Gesù nella notte; nasco di nuovo). L’amore puro resta confinato in Dio, ma da Dio attraverso Gesù decide le sorti dell’uomo. Si nasce di nuovo. Si vede a occhi chiusi (lo facciamo quando preghiamo). Senza se e senza ma. È una visione diversa, essenziale, unica. Ci vuole un impasto di terra e di saliva di Gesù. Non un colpo di genio. Non è oggetto di studio, di sforzo.
Giovanni ci abbandona a questo punto. È arrivato per così dire al suo scopo. Non noi. Noi chiediamo: e dopo? Che cosa succede dopo? Chi ha ancora il coraggio di agire dopo che riceve una luce spirituale che viene da un altro mondo? Essa suscita soltanto la contemplazione pura come quella di certi monaci ortodossi. O la contemplazione della luce interiore, come quella della Società degli amici (vulgo Quaccheri). Beati loro.
L’uomo occidentale invece chiede: dove trovo io la prova che ho ricevuto questa visione miracolosa? C’è forse un dualismo: una visione prosaica della realtà e una visione idealistica? Se così fosse ricadremmo con rassegnazione nella visione prosaica perché ci sembra più concreta. L’idealismo è un lusso che non ci possiamo permettere.
L’uomo occidentale non crede alla beatitudine. In alternativa mescola le proprie opere con la visione soprannaturale. Invece di soffermarsi a contemplare vuole cooperare con la salvezza; vuole dimostrare a se stesso quanto è bravo. Ha l’orgoglio di servire una verità.
La lettura di questo testo ci avvicina di più alla soluzione dei benedettini, o dei puritani: il lavoro è la conseguenza, non la premessa della salvezza. Il cristianesimo richiamato brutalmente alla luce della sua essenza fuori della storia. Seguire Gesù non è servire una verità, ma servire la libertà. (Verità e libertà coincidono per Giovanni). Non è chiaro che cosa dobbiamo fare: mettiamolo dunque all’ordine del giorno. Ciascuno è libero di chiedere la parola: gli sarà concesso di parlare. Insieme troveremo la via d’uscita. La troveremo nella libertà. Il futuro è qui subito. Lavoriamo, non aspettiamo di avere la soluzione perfetta. Così funziona l’Occidente – quando funziona. Questa è la via nuova.
Quando “funziona”? Quando non si dimentica l’umiltà della luce che splende nelle tenebre. I Quaccheri già nominati sono stati e sono tra i cristiani più attivi nell’Occidente. Coltivare una luce interiore al riparo da influenze esterne e vedere nel prossimo non il colpevole da smascherare, ma l’amico da rispettare e aiutare, sembrano essere due aspetti da tenere ugualmente presenti “distintamente e congiuntamente ciascuno a suo tempo e luogo” (Lutero).
